Vi anticipiamo una prima parte delle godibilissime note introduttive che Paolo Limiti ha vergato di suo pugno per il libretto interno dell’imminente raccolta EMI delle sue canzoni… Scritte per Mina.
di Paolo Limiti
La prima canzone che ho scritto per Mina non l’ho scritta per Mina. Lo so, è un ossimoro, ma è la verità e sarà meglio che ve la spieghi. Mina e io ci eravamo già incontrati poco più che ventenni sui set dei vari “Caroselli” pubblicitari di una pasta di cui lei era la protagonista e io lo sceneggiatore (e qualche volta anche regista). Ma ci eravamo anche allegramente quasi ignorati. Sono quei giochini che si fanno spesso quando si è giovani e istintivamente ci si piace per testare se l’altro o l’altra cadano nella trappola e facciano il primo passo per un’amicizia che puo’ nascere. L’amicizia nacque e come regalo lei, un giorno, aprendo una porta mi disse: “Ti faccio La Voce del Silenzio“. Quella canzone era stata il mio battesimo al Festival di Sanremo pochi mesi prima e l’avevano cantata Dionne Warwick e Tony del Monaco, ma dato che da tempo vocalmente Mina mi piaceva moltissimo, ogni volta che avevo scritto una canzone me la costruivo in mente come cantata da lei. E’ una chiave psicologica di grande aiuto: immaginare come sarebbero i suoni il timbro e le emissioni di una voce che ti piace aiuta un sacco nella creatività. Ci sono intenzioni e vocali che pensandole fatte da quella voce ti aiutano perfino a scegliere certe parole e certe frasi, anzi a volte proprio te le ispirano. E dato che anche con La Voce del silenzio avevo seguito quella prassi, in fondo l’avevo scritta per lei.
Molte volte mi è stato chiesto se certe canzoni che ho fatto per Mina, Bugiardo e incosciente per esempio, fossero biografiche e cioè rappresentassero episodi della sua vita o quello che è davvero lei. No, nessuna è minescamente biografica. L’equivoco nasce dal fatto che ognuno di noi, in certe situazioni che ci colpiscono in maniera profonda, tende a proiettare le sensazioni che prova verso chi le canta e a confondere chi le canta con la canzone.
In questa raccolta ci sono anche canzoni scritte a quattro mani con Mina. Eccomi, per esempio, in cui lei ufficialmente non compare, nacque nel pieno di una notte quando arrivò a casa mia decisa ad avere quel testo, quella notte e con la ripetizione della parola “amore” almeno 7 volte nei primi tre versi. O Una mezza dozzina di rose, una sua bella idea di partenza, anche se io avrei preferito un numero dispari di rose.
Il mio nemico è ieri, che poi col suo verso: “quando tu mi spiavi in cima a un batticuore” diede il titolo all’ellepì che lo conteneva, gliel’avevo nascosta perché mi sembrava troppo sofisticata e non so chi gliel’abbia poi fatta ascoltare (per fortuna, direi oggi, visto come la canta!). Viva Lei, marciando piano piano e senza un grande battage, nel tempo ha fatto invece stragi nel cuore delle donne malgrado Mina mi abbia sempre preso in giro per quel verso sul “che sapore ha l’infelicità” che nel suo linguaggio fotoromanzesco invece mi piace ancora oggi.
Sacumdì Sacumdà (che in brasiliano, dove però si scrive con la “n” anziché con la “m”, significa muovere la gonna a tempo con le mani) io l’ho subito sentito come il suono che farebbe un diavolo in una favola. Il brano capitò in repertorio per caso perché io avevo segnalato a Mina una canzone che era sullo stesso nastro su cui compariva “Sacumdì Sacumdà” e quest’ultima piacque a Mina talmente tanto da soppiantare quell’altra. Ma all’epoca ebbe anche guai di censura RAI perché un dirigente, non avendola sentita tutta, sospettava che la protagonista accettasse le proposte del diavolo e gridava allo scandalo! Bastò dirgli che ascoltasse la canzone fino in fondo per capire che non era così: “Ah, allora va benissimo, mandatela pure in onda,” sentenziò tranquillizzato. Ma lui poi l’avrà mai sentita?
Lo faresti nacque dall’idea di fare chiedere a una donna quello che invece è più facile chieda un uomo: mi piaceva il gioco di rovesciare i piani di vista perché i colori trasgressivi diventavano più forti. E Mina l’ha interpretata ironicamente alla grande.
Buonasera, dottore la scelse Mina dopo molti anni dalla sua uscita. All’inizio mi chiese se potesse fare lei la parte parlata e adattare il canto a una voce maschile, ma poi capì che psicologicamente era più giusto lasciarla com’era (anche perché le dissi: “E rinunciare a sentire cantare te, sei matta?”).
Io ti amavo quando lo avevo sulla pelle. I colori della vita stavano cambiando, eravamo cresciuti tutti e c’era quell’ultima corsa della nostra grande giovinezza che era già sulle tracce di fine estate con spiagge più vuote e tramonti più soli. Qualcuno aveva imparato più paure e coccolato più ipocrisie. Che dire d’altro?…
Dominga è parente di Che nome avrà. Sono state scritte a grande distanza ma parlano della piccola gelosia di non essere stato il primo o l’unico nel cuore e nel corpo di certe persone speciali, non sempre i veri o i grandi amori, ma quelli dalla reazione chimica devastante che poi fingiamo sarebbero forse stati veri e grandi se… Stanno rinchiusi in un angolino dei sogni a prova che quel desiderio non è mai passato anche se non verrà più.
La voce del silenzio mi venne da una frase di mia madre che mi disse che il silenzio racchiudeva talmente tante voci, canzoni e profumi del ricordo che per non restarne travolti bisognava per forza cercare una voce vera. Sta avendo un successo incredibile quarant’anni dopo, c’è da ridere.
L’ultimo gesto di un clown è la vendetta del senno di poi. Che bello se al momento del distacco, in barba alle umiliazioni, ai torti e alle offese subite di chi si è amato con inspiegabile e folle testardaggine, si riuscisse a far credere di non soffrire neanche un po’. Risata ah, ah, ah.
Ballata d’autunno. Spiega tutto un suo verso: “Magari si potesse del domani e del passato / dire: è quello che ho sognato.”
(… Il resto, in “pillole” nelle pagine Facebook Mina EMI e Mina Fan Club))

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