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Pubblicato: 12 mesi ago

Un gioco che può essere pazzia

Le vostre recensioni sul nuovo album / 1

di Giancarlo Nino

Quanta voce, quanto cuore, quanta anima in questo appassionatissimo e appassionante Ti amo come un pazzo. Sarà l’attesa di inediti nuovi che era durata da tanto a rendere ancora più appetitoso questo appuntamento che, più che un feuilleton, definirei come uno Zibaldone in musica. Ammettiamolo, senza nulla togliere ai progetti di cover, di restauro, ai concept vari, ma un disco di pezzi inediti nuovi di zecca, ancora un altro dopo tanti e tanti decenni di musica, disegna quella dimensione contemporanea, quella voglia di cantare per sé e per noi, quell’inevitabile proiezione verso il futuro che di Mina hanno rappresentato e rappresentano una imprescindibile cifra. Partirei dalla Voce, non per altro perché un nuovo album di Mina è sempre e comunque, per la eccezionalità del suo strumento, un manuale di vocalità della musica leggera, italiana e non. Non sentivamo tanto uso (e mai abuso) di mezzi vocali da qualche album a questa parte. Il disco con Fossati aveva segnato una morigeratezza vocale che Mina aveva adottato per ficcarsi nelle poesia in musica dell’autore con piglio quasi cantautorale. Non c’era spazio per compiacimenti vocali e facili cliché, la voce era dosata senza concessioni ai virtuosismi e alle incursioni vocali su vette ardite (avete presente come viene trattenuta la voce in Meraviglioso, è tutto qui?). È stato un approccio intenzionalmente, a risentirlo oggi, del tutto opposto a quello di Mina quasi Jannacci, quei famosi pezzi cantati “all’americana”, in cui era piuttosto Mina a piegare le canzoni alla sua vocalità e mai il contrario. Qualche ascoltatore disattento e superficiale, aveva anche sentenziato che, in Mina Fossati, fosse piuttosto il segno del tempo ad aver indirizzato il canto di Mina. Con Ti amo come un pazzo possiamo tranquillamente dire che no, non era vero. Questa nuova Mina, libera dai lacci sacrali dell’introspezione della musica d’autore, lascia libera la sua vocalità di spaziare indisturbata e indomita nell’ampio spettro che le è proprio. E, globalmente, il disco lascia sbalorditi per l’abbondanza di registri e per la straordinaria facilità con cui Mina spazia tra di loro (cosa questa davvero difficile, anche per i professionisti), forte di un controllo e una disciplina delle corde vocali totali. La Voce, dicevamo. Parte dolente e accorata in Buttare l’amore (un pezzo lento che ti accerchia il cuore, mi ricorda Questa vida loca per atmosfere e soluzioni espressive). In Come la luna si immerge in un blues sanguigno, con vocalità quasi black. Ritorna amara e spezzata nella, intensissima, prova d’autore Don Salvato’Fino a domani, un pezzo che sembra uscito per scrittura ed esecuzione da Leggera, e così perdutamente nelle corde di Mina, che affronta il ritornello a voce irresistibilmente spiegata (chiudendolo a fil di voce, controllo vocale da brividi). In Zum pa pa la voce disegna arrese mestizie, un soffio e una lacrima assieme. Velluto blu in Tutto quello che un uomo, Mina veste raffinatezze jazz con misura e senza ostentazione. E poi L’orto, che adoro, in cui Mina si fa garrula e lieve (muoio quando canta “a fare tutto con un click” bisbigliata in una tonalità che arriva in cielo), con sferzanti graffiate finali in registro acutissimo. Lascia mi riporta a certe atmosfere di Olio, tutta in voce pienissima, Mina si lancia in un ritornello a tutto volume, con un vibrato che risuona come un tuono. Non ho più bisogno di te è la mia preferita: al di là della gradevolezza del pezzo in sé, adoro quell’approccio sornione e beffardo di Mina che parte bassissima e percorre tutte le sue ottave raggiungendo vette altissime nel ritornello, per poi abbandonarsi nel finale a un irresistibile e ironico divertissement che ti resta in testa. In La Gabbia la voce è scura e drammatica (mi ricorda moltissimo Secondo me) mentre spolvera un piglio pigramente funky-pop in Povero Amore, la cui strofa è una chicca assoluta da risentire in loop.Discorso a parte merita lo strombazzatissimo (e molto bello) duetto con Blanco. Al di là della bravura di Lei (che mi fa rimpiangere un po’ il fatto che le voci restino sovrapposte quasi per tutta la durata del brano), non si può non notare che a differenza di tutte le “operazioni” analoghe (che hanno coinvolto Berté, Vanoni, Berti, solo per citarne alcune) in cui l’ospite si ritrovava più che altro a fare la macchietta e vestire il cliché di se stessa, Mina non canta Mina. Mina entra nel pezzo con questa vocalità avvelenata e metallica, veste la musica di inquietudini sotterranee che si fanno spazio tra le tastiere e la voce fanciullesca di Blanco. In poche parole, fa quello che dovrebbero imparare a fare tutti i suoi colleghi: cantare un brano per quello che la musica richiede, non forzare la musica per esibire se stessi.Un ultima nota, molto personale, sulla copertina. Sono orgogliosamente fazioso e non ho problemi ad ammetterlo, ma quella foto di Mina, io ne sono sicuro, è proprio quella usata per un’immagine interna di Bula Bula, ormai quasi vent’anni fa. Quella foto, in una povera stampa fotocopiata, mi ha accompagnato dalle pagine del mio diario di scuola per anni. Rivederla ora mi ha stretto il cuore, è stato un saluto bellissimo che ho letto in quegli occhi e che ricambio, da sempre, con tutto il mio cuore. Bentornata, mia amata Mina.