Il Blog

Pubblicato: 2 mesi ago

Come una danza che si snoda

Vi anticipiamo lo stuzzicante incipit di Guardate come fa – uno degli articoli-clou del prossimo numero della fanzine – in cui Antonio Bianchi indagherà da par suo sui mille aspetti della gestualità di Mina. 

di Antonio Bianchi

“È questo agitare le mani coi gesti più strani, alzare la destra, la manca…”. Naturalmente, parliamo di gestualità. Tema intrigantissimo che è parte integrante della mitologia mazziniana, rimarcato e alimentato da decine e decine di parodie e imitazioni, da Loretta Goggi in poi. Occhi ingigantiti e sgranati. Espressione austera, signorilmente distaccata, velata di snobismo. Pollice e indice congiunti. Mani roteanti davanti al viso in una danza aerea e astratta.Una gestualità che inquadra soprattutto la Mina “signora” degli anni Settanta, primadonna ammantata di prestigio, d’inarrivabilità e di un pizzico di riluttanza al presenzialismo televisivo. Al punto che questa ipnotica danza di mani appare come un atteggiamento di dissoluzione fisica, un gesto distraente capace di occultare, di relativizzare almeno in parte la corporeità, spostando l’attenzione al solo volto, al fluire del canto, dell’espressività, del flusso musicale… Un intento rimarcato anche a livello iconografico. Pensiamo alla copertina del 45 giri Uomo/La mente torna, con le mani in primissimo piano e un volto – senza corpo – un po’ più lontano, seminascosto, incorniciato da chiome che diventano un caleidoscopio di colori, un vortice di geometrie, di onde emotive, di suoni figurativizzati. La riconoscibilità della postura prende il sopravvento sulla riconoscibilità del volto. E quel gesto inconfondibilmente mazziniano diventa musica (…).

Buona Pasqua a tutti!

Pubblicato: 5 mesi ago

I Fantastici Quattro


Gennaio 1964 – Venerdì 3 gennaio 1964 la Televisione italiana festeggia i suoi primi dieci anni di vita con un fastoso Gran gala  condotto da Corrado sul Canale Nazionale. Scritto da Giandomenico Giagni e Francesco Luzi per la regia di Silverio Blasi, lo special vede la partecipazione dei principali beniamini del piccolo schermo, da Silvio Noto a Gino Bramieri, da Vittorio Gassman 0alle Kessler, da Modugno e Celentano. Ma è Mina – apparsa appena tre giorni prima sui teleschermi tedeschi col nuovo hitJa, die liebe lebe hoch nello spettacolo di San Silvestro Jolanthe lasst bitter diretto da Dieter Pröttel negli studi di Baden Baden – la superospite più attesa. Completamente trasformata nel look, più “signorile” e maturo rispetto a quello esibito nel recente passato, la Tigre si ripresenta al suo pubblico con una nuovissima canzone – Città vuota – che segna il suo debutto a 45 giri sotto le ali contrattuali della Ri-Fi già e che già le sta regalando grandi soddisfazioni.

Gennaio 1974 – Da lunedì 7 gennaio, archiviata appena da poche ore – con la vittoria di Alle porte del sole di Gigliola Cinquetti – la Canzonissima ’73 condotta da Pippo Baudo e Mita Medici, il Teatro delle Vittorie di via Col di Lana in Roma viene rapidamente sbaraccato per fare posto alle scenografie del varietà televisivo più atteso del nuovo anno. Dello show griffato Antonello Falqui che, da sabato 16 marzo, vedrà alla ribalta l’inedita coppia Mina-Carrà sono ormai noti da settimane il titolo – Milleluci, preferito ai meno efficaci BisPolvere di stelle Specchio a due luci ipotizzati in un primo tempo – e il filo conduttore che unirà le varie puntate (ognuna delle quali monotematicamente dedicata a un genere di spettacolo e ai suoi grandi protagonisti). A metà mese, giunta a Roma da Lugano dove ha serenamente trascorso le Feste in famiglia, Mina prende alloggio in una suite dell’Hotel Hilton, quasi a voler rimarcare l’assoluta provvisorietà del suo soggiorno nella Capitale. La non esaltante prospettiva di dover rimanere per lunghe settimane lontana dalla piccola Benedetta e da Massimiliano (che sta frequentando la Quinta Elementare nella Scuola Primaria di Loreto) le è resa meno insopportabile dal fatto di sapere i due pargoli nelle mani amorevoli di nonna Regina e nonno Giacomo. Ma a confortarla è anche la certezza di tornare a lavorare con un team di grandi professionisti come Antonello Falqui, il coreografo Gino Landi, lo scenografo Cesarini Da Senigallia, il “signore delle luci” Corrado Bartoloni, il costumista Corrado Colabucci e – soprattutto – il Maestro Gianni Ferrio: tutti cari amici di vecchia data in compagnia dei quali il suo ritorno in TV avrà il sapore di un’allegra rimpatriata. Senza contare le ottime notizie che continuano a riguardarla in campo discografico: all’inizio del nuovo anno il più recente 45 giri E poi ha scalzato dalla vetta La collina dei ciliegi di Lucio Battisti, mentre il fantastico doppio Frutta e verdura/Amante di valore si è a sua volta piazzato stabilmente in testa alla classifica dei 33 giri sempre a spese del cantautore reatino, a lungo senza rivali col suo album Il nostro caro angelo.

Gennaio 1984 – Dopo l’inaspettata uscita natalizia del cofanetto contenente i primi sette LP della collana Del mio meglio, un’altra novità – stavolta davvero clamorosa – coglie di sorpresa i fan mazziniani nelle prime settimane dell’anno: “All’inizio di febbraio – si legge nelle bollenti Record News d’apertura del bollettino n° 14 del Club di Parma – la PDU pubblicherà un nuovo 45 giri con due brani inediti: Rose su Rose e Ninna Nanna. Il primo sarà la sigla dell’imminente Sanremo ed è firmato da Massimiliano Pani e Piero Cassano, già autori del fortunato singolo autunnale Devi dirmi di sì”. La scelta di affidare a Mina l’apertura del Festival è stata fortemente voluta dall’organizzatore Gianni Ravera“Non potevo chiederle di essere in gara – spiegherà il patron nella conferenza stampa di presentazione della kermesse – ma ho cercato in tutti i modi di riservarle la sigla, non fosse altro perché questa ragazza è una delle più grandi cantanti di tutti i tempi…”. 

Gennaio 1994 – Formidabile tris di piazzamenti per Mina nella classifica degli album-top del 1993 compilata da Musica & Dischi: i due ultimi doppi Sorelle Lumière Lochness – come sempre penalizzati in questo genere di graduatorie dal fatto di “spalmare” le vendite a cavallo di due annate. – sono rispettivamente 41° e 55°, ma è la raccolta Mina canta i Beatles a risevare le maggiori soddisfazioni piazzandosi al 20° posto. E nella classifica generale Artisti Mina brilla all’ottavo posto assoluto alle spalle di Vasco, 883, Ramazzotti, Raf, Sting, Pausini e Masini. Negli studi PDU di Pazzallo, frattanto, la Tigre e il suo staff hanno iniziato già alla fine di novembre – con grande anticipo rispetto agli anni passati – a tessere le fila del nuovo album autunnale del 1994. Senza escludere la possibilità, in primavera, di una nuova antologia tematica con inediti sull’onda del successo dell’omaggio ai Fab Four

Gennaio 2004 – Sempre più attiva come editorialista (all’appuntamento del sabato con la sua rubrica in prima pagina su La Stampa si è aggiunta da ottobre la pagina di posta C’è Mina per voi sul settimanale Vanity Fair), la Tigre continua a fare capolino con la sua Voce in TV come testimonial degli spot della Fiat: dalla fine di dicembre, dopo il successo della campagna di lancio della nuova Panda sulle note di Can’t Take My Eyes Off Youè on air sui teleschermi la scintillante Vorrei che fosse amore formato jingle scelta per i telecomunicati della Fiat Stilo, mentre un altro classico mazziniano – Parole parole – sarà tirato a lucido a primavera per il lancio della Stilo in versione diesel. Sul fronte discografico, invece, la novità di inizio anno è la tripla Platinun Collection della EMI che non tarderà a sbancare le classifiche (e che finirà per risultare il 5° album più venduto del 2004). 

Gennaio 2014 – Un doppio album a primavera? “Mi piacerebbe moltissimo – scrive Mina a inizio anno nella sua rubrica di posta su Vanity Fair – e non è detto che non lo faccia veramente. Ho una serie di pezzi inediti molto forti già incisi e missati e sto pensando se fare il secondo CD di cover o no. Per quanto riguarda il titolo ne avrei un paio, ma per ora non li posso dire”. E mentre già impazzano tra i fans le ipotesi più fantasiose sul possibile filone tematico di un prossimo Songbook (classici italiani? Chansons françaises? Tanghi argentini? Bosse nove brasileire? Mantra tibetani? Mix di cover in libertà?) una “dritta” semiseria ma intrigante giunge dalla Diretta Interessata sempre dalla finestra di C’è Mina per voi, in risposta a un certo Gabriele che le chiede se tra i suoi progetti futuri sia contemplato un album rock con le canzoni di Springteen: “No, Springsteen non ci sarà. Ci saranno altri tostissimi come gli AC/DC e i Foo Fighters dai quali sono letteralmente rapita. Devi aspettare ancora un pochino, Gabriele. Ma non troppo, vedrai”. 

Gennaio 2024 – Il 2023 si è chiuso, per Mina, con un bilancio più che mai positivo: il successo eclatante di Un briciolo di allegria (ormai a un passo dal quarto platino e tuttora nella Top 100 della FIMI dopo 37 settimane di permanenza), l’inaspettata “viralità” dei filmati vintage su TikTok, il boom nelle radio e nelle discoteche di mezzo mondo del remix di Ancora ancora ancora firmato da Mark Ronson e l’exploit autunnale di Povero amore come colonna sonora del film di Ozpetek Nuovo Olimpo hanno rinsaldato il legame della Tigre con la contemporaneità rinverdendo il suo Mito anche agli occhi (e alle orecchie) delle nuove generazioni. Se poi aggiungiamo a tutto questo il colpo di scena di fine anno della “riapparizione” nel video di Abban-dono, primo esperimento italiano in ambito musicale di un progetto realizzato con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, beh, il sospetto che il processo di “ringiovanimento” del fenomeno-Mina sia solo agli inizi si fa ancora più intrigante. Gli stessi studenti universitari dello IULM Al Lab che, sotto la guida del regista, attore e videomakerEugenio Di Fraia, hanno animato i prodigi di questa strabiliante Mina digitale, assicurano che a Lei il risultato finale è piaciuto tantissimo: “Un ritorno di Mina dal vivo con l’Intelligenza Artificiale? Non sta a noi dirlo – hanno confessato a Mattia Marzi in una bellissima intervista apparsa su rockol.it – possiamo però confermare di essere al lavoro con lo staff PDU su altri progetti simili a quello del video di Abban-dono, ma abbiamo l’obbligo di tenere le bocche cucite fino a quando non saranno annunciati”. Saremo in grado di rivelarvi qualcosa in più a tale riguardo nella fanzine numero 94 che sboccerà a primavera? Ah, saperlo…

Felice 2024 a tutti!

Pubblicato: 6 mesi ago

Questa è la canzone Intelligente

L’amico Alessandro Basso – tra i più abili con la penna tra i nostri giovani abbonati – ci ha inviato sul video di Abban-dono questo suo bel commento a caldo che siamo felici di condividere con voi…

di Alessandro Basso

Quarantacinque anni di assenza senza sparire. Mostrarsi senza esporsi. Essere senza apparire. Che Mina sia un caso da studiare ormai lo sanno tutti. Ma questa volta lo stupore è grande perché Mina ritorna a palesarsi sebbene mediata dalle straordinarie possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Il risultato? Una visione spiazzante. Parliamoci chiaro: per quelli della mia generazione (1989, anno di “Uiallalla”, secondo il calendario di Lugano) Mina è solo voce. Da sempre è solo voce. Una voce accompagnata da foto, disegni, grafiche, rielaborazioni, ma, in sostanza, solo e soltanto voce. Perlomeno in senso sincronico. Noi non abbiamo vissuto Mina anche se gli archivi ci offrono di che allargarci lo spirito. E questo noi lo diamo per scontato. Così è se ci pare, e a noi pare benissimo. Tuttavia veder ricomparire la Signora – pur nella finzione della potenza avanguardista di un computer – è una sorpresa enorme. L’immagine di un’anziana donna ben curata – i capelli accomodati, gli occhiali, i nei, il profilo mille volte visto e rivisto eppure sempre nuovo – danno un senso di verità che non mi aspettavo. Come se Mina fosse tornata, come se Mina fosse stata ripresa, inseguita – di spalle – in quel ricco museo delle meraviglie che è la sua vita. E noi siamo contenti perché ci pare di abbreviare quella distanza non fisica – rispettiamo la scelta di Mina – ma perlomeno memoriale. Il rimpianto di non aver goduto della visione di Mina nello svolgersi della sua carriera resta una mancanza che non credevo si potesse riempire. E invece la Signora torna – voce che toglie il respiro, come sempre – e sconvolge ancora le norme, riscrive le strategie, coglie al balzo il futuro che striscia fra il presente smorto e il passato – quello si sa – sempre sfavillante. Anche su questo Mina andrebbe studiata: la genialità senza défaillance di questa donna sorprende ogni giorno. Non sbagliare mai un colpo, essere sempre al posto giusto, intravedere prima ancora di vedere sono il segno di un’intelligenza che riempie e che affascina. E allora per davvero la bianca tigre del video, graffiante nella splendida piazza cremonese, è un invito a osare l’inosabile (ci scusi il poeta per il prestito). 
Non serve nulla di quello a cui crediamo, quello in cui ci perdiamo nel fiume pazzo dei like, ma tutto serve se racconta quel che siamo. Mina ci dimostra – per l’ennesima volta – che si può esistere senzaostendersi come una reliquia e che si può trovare il buono dappertutto: pure in un computer che ricostruisce ad arte una vita immaginaria. Una vita che – viva il cielo – non ha bisogno di artifici per essere meravigliosa.

Pubblicato: 6 mesi ago

Dilettevoli eccedenze 2

COMUNICATO STAMPA PDU

Nuovo disco: Esce “Dilettevoli Eccedenze 2”, La collana voluta da Mina per ospitare le perle dimenticate in un cassetto. Mina seleziona, per questo LP, canzoni utilizzate per la pubblicità o per progetti cinematografici e le arricchisce con diversi inediti mai pubblicati prima su disco: “Abban-dono”, nuova registrazione 2023; “La palla è rotonda”, inedita in questa versione bossa nova; “Malatia”, classico napoletano vestito di un nuovo arrangiamento; e due strepitosi live in studio, registrazioni del 1971. “My way” e “Too close for comfort”, dove un’orchestra di fiati e archi accompagna Mina con grande swing. Completa l’album una versione alternativa di “Fever”. In copertina, una Mina grafica elaborata da Gianni Ronco.

Nuovo video: Dilettevoli Eccedenze 2 include il singolo “Abban-dono”, il cui videoclip è stato realizzato dallo IULM AI Lab, il laboratorio di intelligenza artificiale dell’Università IULM di Milano. Spin-off di Ateneo, il laboratorio, che combina saperi umanistici e competenze tecnologiche, è caratterizzato da un approccio multidisciplinare e non convenzionale all’uso dell’AI. Diretto creativamente da Eugenio Di Fraia e realizzato da un gruppo di esperti, consulenti e coreografi grazie all’utilizzo di diversi software di AI all’avanguardia (incluse versioni Beta ancora sperimentali), il videoclip presenta molteplici rappresentazioni fantastiche di Mina che si relazionano con lei nelle tre fasi della vita: bambina, ragazza e anziana. Per mezzo di oltre trenta immagini simboliche differenti, il video intreccia la figura di Mina con la storia dell’arte, evidenziando la capacità della tecnologia di trascendere i confini temporali e unire passato, presente e futuro. Il videoclip non solo rende omaggio a Mina come artista e donna, ma, riflettendo la filosofia dello IULM AI Lab: “Artificial Intelligence for Business & Humanity”, mostra che l’AI può essere utilizzata non solo come tecnologia per la generazione di immagini, ma come potente strumento narrativo per raccontare storie capaci di suscitare “emozioni amplificate”.

Nuovo sito minamazzini.it

Nel 2000 Mina è stata la prima a lanciare un sito web. Oggi, a distanza di ventitrè anni, PDU realizza con  Social Humans una nuova versione. Un gruppo di giovanissimi informatici, guidati da Daniela Cheli, ha messo online il nuovo progetto, che coniuga estetica e musica. Il sito contiene diverse sezioni che organizzano il vasto e poliedrico lavoro che Mina ha svolto in televisione, radio, pubblicità, inclusi tutti gli articoli che ha scritto per La Stampa, Liberal e Vanity Fair. Completa il sito la sezione discografia, che presenta in ordine cronologico esclusivamente gli album e i singoli pensati e voluti da lei, lasciando fuori le compilation realizzate da terzi. Una curiosa sezione Dicono di lei, riporta fedelmente citazioni di personalità dello spettacolo e della cultura, insieme ad alcuni fra i più bei commenti giornalistici, tratti da varie testate. Un e-commerce offre e organizza i prodotti fisici in Vinile, CD e NFT pubblicati da PDU.

Pubblicato: 7 mesi ago

Domani sono io


Vi proponiamo in anteprima un breve estratto dell’articolo di Antonio Bianchi Mina eterna pioniera: l’arte di essere sempre avanti – CHI MI AMA MI INSEGUA che sarà uno dei titoli di punta dell’imminentissima fanzine 93, monotematicamente dedicata alle mille avanguardie della Tigre dagli esordi a oggi (e domani)


di Antonio Bianchi

(…)La fase musicale che stiamo vivendo, da decenni, è perduta in mille rivoli rococò. Il ritratto perfetto di una società (occidentale) alla deriva – dissestata da disparità, da un’egoistica e autocentrata assenza di ideali, da un senso critico circoscritto ai like e imbavagliato da bisogni secondari… – destinata a un brusco epilogo. Il fondale meno propizio per l’avvento di rivoluzionari, di capiscuola, di innovatori, di figure all’avanguardia, capaci di suggellare un nuovo corso.Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo. L’ultima svolta è legata al dopoguerra. Ed è strettamente intrecciata al rivoluzionario avvento di Mina, che ha dato voce, corpo e identità alla ricostruzione, alla rinascita sociale, all’unificazione linguistica (operata in parallelo alla televisione), al boom economico e allo spirito di giovani generazioni animate da un nuovo ottimismo, da un nuovo entusiasmo e da nuovi riferimenti estetici. Preclusi a Nilla Pizzi, a Carla Boni, a Flo Sandon’s, a Katyna Ranieri e alle cantanti italiane della generazione precedente, permeate di troppe scorie d’anteguerra. Mentre il versante maschile aveva già rivelato figure di rottura come Domenico Modugno (o, in salsa partenopea, Renato Carosone), propedeutiche all’avvento di Adriano Celentano e altri protagonisti di un’imminente seconda rivoluzione al maschile, Mina ha incarnato per prima il ruolo di innovatrice del versante canoro femminile senza figure di transizione (come avrebbero potuto essere Jula de Palma, troppo signora, o Caterina Valente, poliglotta, “apolide” e, dunque, rivoluzionaria in una terra di nessuno).La Mina esordiente è improvvisamente “nuova” su tutti i fronti. Dal punto di vista vocale, dal punto di vista dell’immagine (è la prima a presentarsi in calzamaglia e a giocare con costumi e pettinature, diventando ogni volta diversa da sé), dal punto di vista della presenza scenica (è la prima cantante in movimento, capace di inventarsi una gestualità personalizzata, danzante, amabile, gioiosa), dal punto di vista musicale (è la prima cantante alla guida di una band maschile ma anche la prima solista vera, capace di riempire scenograficamente e coreograficamente il palcoscenico), dal punto di vista del repertorio (è lei la prima donna del rock italiano) e anche da quello linguistico (una spavalda italo-anglosassone in un’Italia dialettale).La sua velocissima ascesa ha scavato un fossato fra il prima e il dopo e innescato un radicale rinnovamento generazionale su più fronti: nuovi parolieri, nuovi compositori, nuovi arrangiatori… La prima canzone italiana d’autore deve molto a Mina. È lei che ha sdoganato i Bindi, i Paoli, i Meccia, i Donaggio… Ha fatto comprendere al grande pubblico – impreparato a voci non ortodosse – quanto fossero belle quelle canzoni. (…)

Pubblicato: 8 mesi ago

93. Il sommario


SOLTANTO TU, PASSATO E AVVENIRE
Editoriale

La PDU che verrà tra primizie mazziniane e nuovi talenti –DILETTEVOLI ECCELLENZE di Loris Biazzetti

Povero amore di tante notti – AGGRAPPATO ALLA SUA VOCE   di Mauro Culotta

Adriano Merigo, storie in movimento di un creativo di successo – VISSI D’ARTWORK Intervista di Loris Biazzetti

Alessandro Baldinotti, paroliere di scena – SONO IO L’EQUILIBRISTA Intervista di Alessandro Mariotti

I segreti tra le note di Edoardo Pani –UN SILENZIO PIENO DI MUSICA  Intervista di Loris Biazzetti

TI GUARDI DENTRO E LEI È LÌ   di Axel Pani

Mina eterna pioniera: l’arte di essere sempre avanti – CHI MI AMA MI INSEGUA   di Antonio Bianchi

Pino D’Angiò: il primo rap non si scorda mai – ANDAI ALL’ATTACCO AL BANCO DEL THÈ Intervista di Stefano Crippa

Prima, durante e dopo Kyrie – DA UN’AMICA UN PO’ SU di Simonluca

La mia Musica venuta dal futuro – E MINA SCOPRÌ IL VOCODER di William Marino

Mina, 65 anni di rivoluzioni in musica – IL MIO FUTURO È IERI   di Loris Biazzetti

Viale Mazzini, seconda parte: 1965/1968 – MINA IN AMPEX, I MAGNETICI ANNI RAI di Enrico Salvatori

COME GOCCE

Pubblicato: 12 mesi ago

Ti amo come un saggio

di Dario Liguori

Molti artisti dicono di amare il pubblico e di non poter vivere senza relazionarsi: sono pienamente soddisfatti solo quando questo contatto si realizza in un evento, in un concerto, in una presenza fisica. 
Mina no. 
Ha scelto una strada diversa, e la sta percorrendo, come direbbe De Andrè in modo ostinato e contrario da tempo. 
Contrario alla nostra epoca che è fatta di immagine, di presenza a volte clownescamente irriverente, spacciata come Arte. 
Ostinato perché, nell’era dei voltagabbana e dell’effimero, un progetto di vita artistica così lontana dai riflettori ai più è incomprensibile. 
Mina non è presente ma è Presenza, Mina non canta una dozzina di canzoni per riempirne un album. 
Massimiliano Pani ci racconta di una donna protesa verso il futuro, amante della musica, curiosa ed attenta a tutto quello che il panorama artistico propone, ancora con la voglia di indagare ciò che ancora potrebbe regalarle emozioni. 
Anche se non lo dichiara, Mina ama il suo pubblico, e sa che è vasto ed eterogeneo: basta leggere le recensioni del suo ultimo album per rendersi conto di come ognuno abbia ritrovato in un determinato pezzo la “sua” Mina. 
Ci sono grandi cantanti anche oggi e ci sono buoni album ogni anno, quasi tutti però (e non vorrei generalizzare troppo) sono monolitici, monotematici probabilmente a causa delle capacità interpretative, del timbro, dell’estensione vocale ecc… 
Ciò che sin dall’esordio ha caratterizzato Mina è stata invece la sua poliedricità degna del miglior Fregoli! 
Il tutto restando sempre Mina, inconfondibilmente Mina e sempre in modo credibile, mai parodistico. 
Mi fanno sorridere alcuni critici che ancora oggi sostengono la superiorità di Mina Voce rispetto alla Mina Interprete. 
Per tutte ritengo giusta la dichiarazione che anni fa fece Liza Minnelli: Mina canta ogni canzone “come va cantata”. 
Caso unico (parlo per l’Italia), ogni nuovo album è un Varietà in cui c’è spazio per l’emozione, per il sorriso, per il raccoglimento, per l’ironia, per la dolcezza, il dramma, la poesia, la malinconia, sempre condite dalla inconfondibile voce che sale, scende sul pentagramma e scivola sui ricordi, sul nostro cuore, voce limpida che si incrina e ti dà un brivido in più ed ancora quelle note lunghe come pochi sanno tenere e ti ritrovi a trattenere il respiro. 
È stato detto che il concept di questo nuovo lavoro mazziniano è un fotoromanzo in cui l’interprete gioca tutti i ruoli, non ci sono comparse o controfigure, c’è sempre Mina anche quando in copertina è quasi nascosta da una figura maschile. 
C’è lei e ci sono le sue scelte coraggiose che donano visibilità ad artisti come Avitabile e Cammariere baciati da una popolarità imprevista che si è materializzata grazie alla sua interpretazione. 
Coraggiosa come il duetto con Branco, criticatissimo prima ancora di essere stato ascoltato e, cosa non scontata, da settimane la canzone in testa alle classifiche. 
Sappiamo che Mina non riascolta i suoi lavori finiti. Come tutti i grandi è stato il viaggio ad interessarla, dapprima nella ricerca dei brani e poi nella produzione, ed è sicuramente già protesa verso il “nuovo” … che i suoi più ingordi fan stanno già aspettando … 
Grazie Mina … mi hai stregato ancora, ti amo come un pazzo, anzi come un saggio (di bravura) 

Pubblicato: 1 anno ago

Tu che sei diversa

di Gennaro Reder

Se c’è una cosa che mi fa impazzire di Mina è il suo non essere mai uguale a sé stessa, pur nella coerenza della sua storia musicale. La sua unicità sta nel non ripetersi quasi mai e nell’osare sempre qualcosa di nuovo, di inaspettato. Anche questa volta, con “Ti amo come un pazzo” ci ha spiazzato, regalandoci una tavolozza di canzoni sempre più variopinta e contemporanea. Il mare di polemiche suscitate dall’annuncio del duetto con un giovane “scostumato e poco rispettoso”, così apostrofato dagli “integralisti” più buoni, non scalfisce di un grammo la credibilità di una cantante che da oltre sessant’anni si rinnova continuamente. Che poi Mina la puoi criticare, se vuoi, ma aspetta almeno di sentire che cosa ha da dirti con la sua voce, attraverso il suo lavoro da artista. Come d’incanto, infatti, con l’arrivo nelle radio del singolo “Un briciolo di allegria”, tutto si è silenziato: il brano con Blanco ha sbaragliato tutti, schizzando subito in vetta alle classifiche. Mina, con intelligenza e professionalità, è entrata nel mondo di Blanco, mettendosi al servizio della canzone, alla pari direi, impreziosendola con la sua presenza e il suo carisma, ma con quel guizzo di genialità che l’ha sempre contraddistinta (quel “Ra-pa-pa-pa-pa-pa-pa-pa” finale resterà nella memoria di tutti noi).

Ed ecco che esce l’album, (“Mina, ti amo come un pazzo”… chissà quante volte lo abbiamo detto ascoltandola cantare) e la sorpresa è servita: ci immergiamo in un lungo film che si dipana in 12 scene d’amore (10 su vinile), tutte intense. S’inizia nel segno di Ozpetek, sempre di cinema parliamo, con  “Buttare l’amore”, sigla della serie TV tratta dal film “Le fate ignoranti” e si termina con “Povero amore”, che il regista turco ha scelto per il suo prossimo film di Natale. I brani sono, già al primo ascolto, due best seller, appartengono a quell’amore dolente disseminato in tutta la sua carriera discografica, da “Bugiardo e incosciente” a “Luna diamante”. Mina apre come dolente vittima di un amore consunto “E così, io ti guardo buttare l’amore, resto qui, e finisco per farmi del male”e chiude come dolente carnefice “Oh, povero amore, povero cuore, io ci ho giocato col tuo dolore. Ti ho calpestato con l’indifferenza, ti ho conquistato con la prepotenza di un dittatore”. Nel mezzo, una serie di perle, piccole e grandi, tutte preziose: dal rock blues di “Come la luna”, con tutta la solitudine di una donna che non riesce a farsi amare, al classicissimo  “Lascia”, un invito a credere sempre e comunque nell’amore, incontriamo inediti emozionanti come “Fino a domani” di Federico Spagnoli, un autore che negli ultimi anni ha saputo dare a Mina canzoni belle da cantare e da ascoltare, nelle quali lei sembra particolarmente riconoscersi, restituendoci in pieno tutta la sua grandezza di interprete senza tempo. Così come accade con “Non ho più bisogno di te”, canzone in cui Viola Serafini, già autrice dell’ottima “Troppe note” in Maeba, offre alla Mina più anticonformista quelle parole che sanno dare nuova luce e nuovo colore alla sua voce, il tutto sottolineato da un originalissimo tappeto musicale costruito da Franco Serafini, che io considero uno dei migliori arrangiatori presenti da tempo nella discografia mazziniana. Piccola grande chicca è “L’orto”, ennesimo divertissement a cui Mina ci ha abituati, dai tempi di “Ma che bontà” e “Ma chi è quello lì”. Tra le canzoni “piccole” ma che faranno strada, “La gabbia”, uno di quei brani che si rivelano prima timidamente, per poi svelarsi uno di quelle meraviglie che resteranno nel tempo e oltre le mode. Il jazz più raffinato ed elegante Mina ce lo regala con la cover di “Tutto quello che un uomo”, amata canzone di Sergio Cammariere che lei riprende senza stravolgerla, rallentandola in alcuni passaggi, cantandola come va cantata, rendendola “evergreen”.

Ma Mina è soprattutto interprete d’eccellenza, voce senza compromessi, anima che sa riconoscere la bellezza in ogni sua forma ed è quella che io ho sentito nei due brani che più di ogni altro mi hanno emozionato fino ai brividi, fino alle lacrime. Il primo è  “Don Salvatò”, disperata preghiera laica del grande Enzo Avitabile, alla quale Mina si approccia con grande rispetto e con evidente emozione. Mina scandisce le parole, tra l’altro in un ottimo napoletano, con un realismo incredibile, con l’esperienza di un’artista di livello altissimo e, contemporaneamente, con la semplicità e l’umiltà di una persona che prega intensamente. Un capolavoro. 

L’altro brano da antologia è “Zum pa pa”, un viaggio onirico che trovo stupefacente. Mina ci accompagna nell’universo, straniante e felliniano, ma anche chapliniano, del circo come metafora della vita. Con il suo incedere delicato e poetico, la sua voce ci rende partecipi di quel mondo cinematografico, visionario e mitico, che ci è tanto caro. 

“Ti amo come un pazzo” è una summa di tutte le sfaccettature che Mina sa offrire ai suoi ammiratori, ma anche a tutto quel pubblico, soprattutto quello più giovane, che sa chi è ma la conosce poco. Per noi fans è sempre il ritorno più gradito, quello che ci rende felici di apprezzarla e amarla. Ma più che amarla come un pazzo, Mina la si ama soprattutto come una vecchia amica che ogni tanto sparisce ma che poi, quando torna, ti rendi conto che non se n’è mai andata, che è sempre lì, presente e contemporanea.  

Pubblicato: 1 anno ago

30 anni delle sue storie

Esattamente tre decenni fa, di questi tempi, vedeva la luce Storie per cani sciolti, secondo e – a tutt’oggi – ultimo album da cantautore di Massimiliano Pani“Essere un ‘cane sciolto’ – spiegò Max presentando il disco ai giornalisti – significa dare retta alla propria individualità, essere selettivo nei rapporti e nelle scelte di ogni giorno. Da adolescente mi sentivo un diverso. Perché non mi interessavano i giochi, i gusti, le scelte dei miei coetanei, non li condividevo. Sempre fuori posto. Poi sono cresciuto e un giorno ho capito: ero un ‘eremita’. Per vocazione e poi per scelta. Che non vuol dire non avere interessi, ma vuol dire avere ‘altri’ interessi da vivere, da gustare con se stessi e la cerchia ristretta dei propri cari”. Riascoltato oggi, Storie per cani sciolti – non meno bello ma forse più ardito ed élitario della scintillante opera prima L’occasione del settembre 1991 – è il fedele ritratto in musica di un artista trentenne assolutamente atipico nel panorama “giovane” della canzone italiana di allora. “Massimiliano – scrivemmo nella nostra recensione del disco sulla fanzine numero 38 – non si pone come facile simbolo della sua generazione, non insegue generi banalmente alla moda, deve litigare con i discografici per imporre le sue idee (‘Loro sostengono che difficilmente quello che faccio può essere apprezzato dai più giovani…’). Non si considera nemmeno un ‘cantautore’ ma più semplicemente un musicista che scrive e canta belle canzoni. E di questi tempi scusate se è poco. Il disco si apre con un’intensa canzone d’amore sottilmente venata di gospel, Valentina senza di te, che è anche il brano preferito dalla mamma. Noi abbiamo molto apprezzato anche la delicata Anna che va via, l’elegante Come se (con un divertente intervento parlato della stessa Mina che, con voce nasale, annuncia ‘i programmi di Raidue…’, l’emozionante Gli occhi della mente (forse il più bel testo dell’album, firmato da Lele Cerri) e la spiritosa Svariate crudeltà in cui Max si diverte a fare il verso a certi inconfondibili birignao vocali della madre, nonché il medley conclusivo nei dieci minuti del quale sfilano uno dopo l’altro i maggiori successi firmati da Pani come autore per  se stesso e per Mina, da Sensazioni a Come stai. Insomma, un grande disco, suonato dalla crema dei musicisti italiani – Rea, Moriconi, Gianolio, Farina, Braido, Giammarco… – e dedicato a tutti i ‘cani sciolti’, o meglio a un cane in particolare: Moose, lo splendido american pitt-bull terrier che appare in copertina e a cui Max è legatissimo. A Moose il disco è piaciuto moltissimo: sicuramente, in fatto di canzoni, la sa più lunga lui di certi signori ai piani alti delle major…”. 

Pubblicato: 1 anno ago

La Regina dei miei desideri

di Beppe Liuzzo

Lo abbiamo desiderato, lo abbiamo atteso, lo abbiamo prenotato e infine Ti amo come un pazzo è entrato nelle nostre vite. Dopo Mina Fossati, un album che amo ancora tantissimo e che avevo atteso per almeno venti anni, l’uscita del nuovo album di inediti era per me motivo di innumerevoli interrogativi, di tanta curiosità e di tante, tantissime speranze. Ho rivissuto nell’attesa quella emozione che provavo da ragazzino che attendeva l’uscita dei doppi album negli anni Novanta: finché c’è stato il mistero (la copertina, il duetto, gli autori, le canzoni) e i soliti guastafeste da tastiera non hanno spiattellato tutto in rete, mi sono goduto pienamente l’aura di mistero.
Risultato? Soddisfazione piena, senza se e senza ma.

Trovo Ti amo come un pazzo un lavoro compatto, coerente, lucido ed estremamente commovente: non triste ma straordinariamente pieno di umana sensibilità. Un senso di fragile umanità che in tempi così folli mi mancava e che mi ha consolato e coccolato, un capitolo bellissimo in cui la voce matura di Mina gioca un ruolo essenziale nell’interpretazione dei brani. 

L’ascolto delle canzoni scorre sempre continuo, senza interruzioni e solo così può essere perché percepisco ogni singolo brano come un capitolo strettamente connesso a quello precedente e quello successivo: ascoltare l’intero album ogni volta è come rileggere una serie di storie di cui conosci i personaggi, le vicende e di cui cominci a conoscere a memoria il finale, ma non puoi fare a meno di rileggerli, perché ogni volta emerge qualcosa che rende l’esperienza nuova e irripetibile.

Questa sensazione, forse oggi più lucidamente percepita (sarà l’età o l’esperienza orribile degli ultimi anni), ancora una volta mi fa amare Mina “come un pazzo”, me la fa preferire a tanti altri suoi colleghi che pur ascolto e apprezzo. Perché? Perché la sua unicità, ed è l’elemento che mi tocca e mi colpisce ogni volta, è l’interpretazione: il suo modo di dire la parola, il suo modo di cadenzare e di mettere l’accento per creare sorprese ed evitare così il rischio del banale, per regalare alle parole la ricchezza che meritano. Con i testi Mina ci gioca, li arricchisce, cavalcando le intenzioni e governando con intraprendenza e finezza i ritmi e i respiri. Mina colora i toni delle parole dando loro pienezza e tridimensionalità.
Faccio qualche esempio, pur consapevole che ognuno, per l’umanità e la sensibilità che si porta dentro, può “sentire” delle sfumature che ad altri possono non fare effetto.

Personalmente adoro l’intenzione che usa in apertura di Fino a domani: “dammi certezze, dammi speranze” è un verso in cui le parole “certezze” e “speranze” vengono pronunciate in maniera quasi arrendevole, per farci subito capire che si sta parlando di qualcosa che non c’è.

In Zum pa pa, due episodi mi colpiscono. Quando canta la parola “equilibristi”, lo fa con un filo di voce, con una serie rapida di note sottili che danno subito senso di instabilità. In una frase poi accenna rapidamente a due sentimenti opposti (ma cosa ridi pagliaccio mentre io sto piangendo) senza esagerare, senza essere didascalica o troppo carica. Perfetta.

Nel duetto con Blanco c’è quel dove Dio creò in cui lei è pienamente, totalmente Mina: nessun’altra avrebbe potuto caricarlo, cantarlo e personalizzarlo così bene.

Un discorso a parte vorrei fare per Tutto quello che un uomo: una canzone che già amavo e con la quale, dopo Oggi sono io, Mina esaudisce inconsapevolmente un altro mio desiderio da cover (Ne avrei un terzo e visto che ormai mi legge nel pensiero, attendo fiducioso…).
La sua versione della canzone di Cammariere è sublime: il rispetto per la sua natura jazz e il ritmo più rallentato le regalano maggiore intimità, tragica consapevolezza ma anche un carico di emotiva sensualità. Adoro quando pronuncia la parola respiro, fermando il tempo sulla “i”: Mina in quel punto sembra quasi consumare l’aria per riprenderla a fine parola: annulla il concetto stesso di respiro per poi ridargli vita e senso.
E poi la parola malinconia: il suono si apre sulla “a”, lì si sofferma, toglie fiato e si chiude rapida, roca e triste. Infine, mi hanno colpito i versi “una pioggia di stelle”, in cui Mina, scandendo le consonanti e fermandosi sulla “e” di “stelle”, sembra quasi intenta a contarle donando a un’immagine semplice una credibilità unica.

Auguro lunga vita a questo album: non parlo chiaramente di classifiche, perché oramai la permanenza di un album in classifica è sempre meno collegata al valore di un’opera in sé, ma parlo di persistenza legata ad un ascolto nel lungo periodo. Credo sia uno di quegli album da gustare in varie fasi della vita: sa regalare spunti nuovi ad ogni ascolto e si percepiscono sempre imprevedibili dettagli persi prima. Ma è soprattutto un album che, ancora una volta, descrive perfettamente la maturità, la genialità e l’onestà intellettuale di un’artista che ancora continua a sorprendermi.

Pubblicato: 1 anno ago

Il primo sole dell’aprile

di Giovannni Aufiero

Lo si attendeva come il Natale. Come il sole dopo un mese di pioggia. Come si attende l’estate dopo un lungo inverno freddo.  E tra una proroga e l’altra finalmente “arriva Lei” e il resto intorno si svuota di senso. 

Perchè l’unico vero senso è il suo cuore e il suo intuito, le sue scelte ancora coraggiose e controcorrente come 45 anni fa, la sua voce che è un vero miracolo. 

“Ti amo come un pazzo” è un titolo programmatico di quello che proviamo dopo aver ascoltato il nuovo album di nostra Signora. Un sentimento che si rinnova e consolida ad ogni singolo ascolto, a partire da “Buttare l’amore”, bellissima, senza tempo, struggente; passando per “Come la Luna”: il vero brano dall’anima rock di questo album…brano che ti si attacca alla pelle insieme alla voce qui metallica e brillante di questa superwoman che grida la sua solitudine, che è poi la solitudine di chi ama e amando si scopre, inevitabilmente, fragile.

“Don Salvato’”è il vero momento lirico di questo feuilleton d’amore, cosi intenso e solenne. La sua voce si fa in questo brano partenopeo di Enzo Avitabile, drammatica e tagliente: la preghiera di un’umanità che ha perduto la bussola e che chiude con quell’AVE VERUM cosi accorato e cosi patetico (letteralmente inteso) che lo stesso Mozart, suppongo, non sarebbe mai riuscito a pensarlo cantato con tale precisa intezione nel canto. 

Con “Fino a domani” si spiegano le vele. Ci si perde nel tornado dell’amore che è forte e e che tuona e  che ci fa gridare insieme a lei…al miracolo! (ma davvero questa Signora ha 83 anni?)

Il tono poi si abbassa con “Zum pa pa” brano cadenzato, mesto, una poesia in musica, la stessa di “Tutto quello che un uomo”… con il canto di velluto che qui si fa rispettoso, elegante, di una sobrietà essenziale. 

Il dramma d’amore si alleggerisce con “Orto”, con saliscendi vocali pazzeschi, gli stessi ardui e belli della “Gabbia” e di “Lascia” e di “Non ho più bisogno di te” (che dovremmo sapercelo dire tutti.. con quell’ironia in musica con cui ce lo canta Lei”): tutte chicche super pazzesche.
“Povero amore” sarà la prossima pop-hit della nuova stagione autunnale.  Confezionata a puntino da divenire uno dei classici della Mina di sempre. 

Una considerazione a parte merita “Un briciolo di allegria”. Non ci credeva nessuno in questa feat. Già tutti pronti a criticarla come squali affamati ancora prima di sentire il sangue. Eppure, grazie a Dio, lei ci ha visto bene. Come ci vede benissimo da oltre 65 anni. Il pezzo è una bomba. Ed è primo tra i singoli da già 3 settimane su tutte le piattaforme digitali e in tutte le classifiche (maledette!). Con una facilità e una freschezza, che fanno invidia anche ad una trentenne, questa ragazza… dialoga ora in modo profondo, sentito, vissuto, oltre il gap generazionale, ora in modo scuro e solenne con il timbro etereo e pastoso di Blanco. Sotto un chiaro di luna  questi due amanti stropicciati vivono e ricordano quest’amore che non invecchia e che li fa desiderare ancora e ancora di lasciarsi vivere in quest’amore che brama un “bricciolo” (come lo pronuncia lei) di allegria e che li fa cantare come due adolescenti innamorati “rapapapapapa..”: UNICI. MITICA

Ogni altro commento sarebbe superfluo per questa ulteriore lezione di stile e di lungimiranza musicale e d’intelletto.  

In ogni caso, ben tornata nostra amata Mina. E grazie per tutto questo amore, puro e gentile, forte e irruento, sensuale e dolente, che metti nella tua musica, ancora una volta, solo per noi!

Pubblicato: 1 anno ago

Il Metodo-Mina

di Franco Laratta

Il nuovo album di Mina ci restituisce la diva che più amiamo. La Mina dell’amore, del tradimento, delle delusioni, delle passioni. Ogni pezzo, una storia. Anche un brivido. 
C’è il capolavoro: per me è senza dubbio Don Salvatò, una preghiera laica, potente, sofferta e addolorata. Un’invocazione sui drammi dell’esistenza umana, sulle tante tragedie, sul dolore che ci uccide. E lei che canta divinamente, immedesimandosi nel dramma.
E c’è la raffinatezza ineguagliabile di Tutto quello che un uomo. Stupenda. Rilettura rispettosa di una delle più belle canzoni italiane.
E poi c’è la sorpresa: un duetto impossibile che ha conquistato l’Italia in sette giorni. Un briciolo di allegria, che diventa un successo senza precedenti, con un’accoppiata vincente e impensabile. 
Tutto il resto è la Mina che non delude mai, che scava dentro l’anima e tira fuori rabbia, dolore, emozioni.
Ascoltando Ti amo come un pazzo si rimane affascinati e, ascolto dopo ascolto, sempre più coinvolti. E pensi, pensi a lei, alla sua storia infinita, ai suoi mille volti, alle generazioni che con lei hanno vissuto, amato, tradito.
Lei, lei urlatrice, lei rivoluzionaria, lei napoletana, brasiliana, americana, spagnola. Lei Baby Gate, lei pop, rock, jazz. La Mina di De Andrè e del Cielo in una stanza, di Mogol Battisti. Lei quasi Jannacci, lei tenera con i mille sconosciuti che ha scoperto. Mina scimmia, Attila e pure picassiana. Mina aliena. Lei che ha trasformato il dramma della fuga dalla Bussola, nel più grande capolavoro della sua vita: l’assenza. 
“ […] Pio XIIII: E invece sai chi è la più grande cantante Italiana. 
Sofia: Mina. 
-Pio XIII: Adesso lei sa qual è l’invisibile filo rosso che unisce Salinger, Kubrick, Bansky, i Daft Pun, Mina, tutte figure che sono le più importanti nei loro rispettivi campi?
-Sofia: No,  santa eccellenza non lo so. 
-Pio XIII: Nessuno di loro si fa vedere, nessuno di loro si lascia fotografare.”
(The Young Pope di Sorrentino).

Mina ha cancellato sé stessa, la sua immagine, la sua presenza, lasciandoci quello che è il suo tesoro più grande (“la mia fabbrica”): la voce. “Se non avessi una voce vorrei avere quella di Mina” (Sarah Vaughan). 
Ed ha avuto coraggio, un terribile coraggio, perché poteva finire, rimanere da sola, dimenticata. Relegata in un museo. E come dice Pani: “Mina? Ha rinunciato a tutto, anche a una montagna di soldi. E vive nello stesso appartamento dal 1977».
Quando Carlo Azeglio Ciampi alla fine del mandato lasciò il Quirinale, un giornalista gli chiese: “e adesso presidente, cosa farà?
E lui: “adotterò il metodo-Mina, continuerò a lavorare senza farmi più vedere”. 

Continuo ad ascoltare Ti amo come un pazzo. E ogni volta scopro qualcosa in più. Qualcosa che ai primi ascolti non cogli. Come in “Povero Amore”, che Ferzan Ozpetek ha voluto per il nuovo film “Nuovo Olimpo”. E il pensiero torna a come ci siamo emozionati con Luna Diamante e abbiamo quasi pianto con Buttare l’amore! 
E che dire della splendida ed intima interpretazione di Come la luna in cui Mina paragona la sua solitudine a “come luna in cielo”.
In Zum pa pa tutti in piedi, in silenzio! E poi Non ho più bisogno di te con Mina che sembra sprezzante, quasi crudele in una interpretazione da Oscar. Come da oscar canta in La Gabbia, un pezzo che ti entra subito dentro e ti stordisce. 
Ma è tutto l’album che conquista e convince oltre ogni attesa, con la sua voce che si riprende la scena, cancella ogni dubbio,  domina e sorprende. Intensa, dura, sorniona, ironica, beffarda, dolce, tenera, rauca, spezzata, drammatica. È Mina. Punto

Pubblicato: 1 anno ago

L’attimo ruggente

L

Un singolo-bomba da 8 milioni di stream che domina da due settimane le classifiche FIMI e gli ascolti radiofonici? Il video dello stesso brano che ha macinato in un batter d’occhio oltre 6 milioni di visualizzazioni? Un nuovo album ininterrottamente al primo posto da due settimane suiTunese nelle charts dei maggiori megastore? Se a mettere a segno gli exploit appena elencati fosse stato uno degli idoli-kleenex dell’ultima ora, nelle home page dei principali siti musicali si sarebbero sprecati gli ooooh di meraviglia e le lodi sperticate per l’eroe o l’eroina di turno. Ma trattandosi “semplicemente” di Mina – detentrice assoluta in Italia di ogni possibile record di vendita a 45 e a 33 giri dal 1958 a oggi, nonché tra le due o tre star mondiali del pop a poter vantare uno o più dischi al primo posto in classifica negli ultimi 8 decenni – la notizia può benissimo passare sotto silenzio e ci si può addirittura imbattere in un titolo come questo: “A Mina non riesce il miracolo: Ti amo come un pazzo non è primo nonostante Blanco”. Lo strillo in questione – in bella vista sul sito musicfanpage – introduce un articolo il cui anonimo autore commenta con malcelato compiacimento il debutto “solo” in quarta posizione del nuovo album nell’ultima classifica FIMI dei CD, tacendone ovviamente il contemporaneo nuovo ingresso al primo posto tra gli LP (graduatoria – questa – ancora più importante perché dà l’esatta misura dell’affetto “fisico” di cui un Artista gode da parte del suo “zoccolo duro”). E non importa se il suddetto gazzettiere-senza-nome si dà da solo la zappa sui piedi ammettendo che “Una big storica come Mina paga inevitabilmente lo scotto delle nuove classifiche che da qualche anno a questa parte vedono dominare soprattutto la nuova scena rap e urban che ha negli ascolti streaming una spinta fondamentale”. Ma allora di che cosa stiamo parlando? Ah, già, dimenticavamo: di una “Diva del momento” il cui “momento” – nonostante l’ultraquarantennale eclissi mediatica – si protrae con immutato splendore da 65 anni…

Pubblicato: 1 anno ago

Un gioco che può essere pazzia

Le vostre recensioni sul nuovo album / 1

di Giancarlo Nino

Quanta voce, quanto cuore, quanta anima in questo appassionatissimo e appassionante Ti amo come un pazzo. Sarà l’attesa di inediti nuovi che era durata da tanto a rendere ancora più appetitoso questo appuntamento che, più che un feuilleton, definirei come uno Zibaldone in musica. Ammettiamolo, senza nulla togliere ai progetti di cover, di restauro, ai concept vari, ma un disco di pezzi inediti nuovi di zecca, ancora un altro dopo tanti e tanti decenni di musica, disegna quella dimensione contemporanea, quella voglia di cantare per sé e per noi, quell’inevitabile proiezione verso il futuro che di Mina hanno rappresentato e rappresentano una imprescindibile cifra. Partirei dalla Voce, non per altro perché un nuovo album di Mina è sempre e comunque, per la eccezionalità del suo strumento, un manuale di vocalità della musica leggera, italiana e non. Non sentivamo tanto uso (e mai abuso) di mezzi vocali da qualche album a questa parte. Il disco con Fossati aveva segnato una morigeratezza vocale che Mina aveva adottato per ficcarsi nelle poesia in musica dell’autore con piglio quasi cantautorale. Non c’era spazio per compiacimenti vocali e facili cliché, la voce era dosata senza concessioni ai virtuosismi e alle incursioni vocali su vette ardite (avete presente come viene trattenuta la voce in Meraviglioso, è tutto qui?). È stato un approccio intenzionalmente, a risentirlo oggi, del tutto opposto a quello di Mina quasi Jannacci, quei famosi pezzi cantati “all’americana”, in cui era piuttosto Mina a piegare le canzoni alla sua vocalità e mai il contrario. Qualche ascoltatore disattento e superficiale, aveva anche sentenziato che, in Mina Fossati, fosse piuttosto il segno del tempo ad aver indirizzato il canto di Mina. Con Ti amo come un pazzo possiamo tranquillamente dire che no, non era vero. Questa nuova Mina, libera dai lacci sacrali dell’introspezione della musica d’autore, lascia libera la sua vocalità di spaziare indisturbata e indomita nell’ampio spettro che le è proprio. E, globalmente, il disco lascia sbalorditi per l’abbondanza di registri e per la straordinaria facilità con cui Mina spazia tra di loro (cosa questa davvero difficile, anche per i professionisti), forte di un controllo e una disciplina delle corde vocali totali. La Voce, dicevamo. Parte dolente e accorata in Buttare l’amore (un pezzo lento che ti accerchia il cuore, mi ricorda Questa vida loca per atmosfere e soluzioni espressive). In Come la luna si immerge in un blues sanguigno, con vocalità quasi black. Ritorna amara e spezzata nella, intensissima, prova d’autore Don Salvato’Fino a domani, un pezzo che sembra uscito per scrittura ed esecuzione da Leggera, e così perdutamente nelle corde di Mina, che affronta il ritornello a voce irresistibilmente spiegata (chiudendolo a fil di voce, controllo vocale da brividi). In Zum pa pa la voce disegna arrese mestizie, un soffio e una lacrima assieme. Velluto blu in Tutto quello che un uomo, Mina veste raffinatezze jazz con misura e senza ostentazione. E poi L’orto, che adoro, in cui Mina si fa garrula e lieve (muoio quando canta “a fare tutto con un click” bisbigliata in una tonalità che arriva in cielo), con sferzanti graffiate finali in registro acutissimo. Lascia mi riporta a certe atmosfere di Olio, tutta in voce pienissima, Mina si lancia in un ritornello a tutto volume, con un vibrato che risuona come un tuono. Non ho più bisogno di te è la mia preferita: al di là della gradevolezza del pezzo in sé, adoro quell’approccio sornione e beffardo di Mina che parte bassissima e percorre tutte le sue ottave raggiungendo vette altissime nel ritornello, per poi abbandonarsi nel finale a un irresistibile e ironico divertissement che ti resta in testa. In La Gabbia la voce è scura e drammatica (mi ricorda moltissimo Secondo me) mentre spolvera un piglio pigramente funky-pop in Povero Amore, la cui strofa è una chicca assoluta da risentire in loop.Discorso a parte merita lo strombazzatissimo (e molto bello) duetto con Blanco. Al di là della bravura di Lei (che mi fa rimpiangere un po’ il fatto che le voci restino sovrapposte quasi per tutta la durata del brano), non si può non notare che a differenza di tutte le “operazioni” analoghe (che hanno coinvolto Berté, Vanoni, Berti, solo per citarne alcune) in cui l’ospite si ritrovava più che altro a fare la macchietta e vestire il cliché di se stessa, Mina non canta Mina. Mina entra nel pezzo con questa vocalità avvelenata e metallica, veste la musica di inquietudini sotterranee che si fanno spazio tra le tastiere e la voce fanciullesca di Blanco. In poche parole, fa quello che dovrebbero imparare a fare tutti i suoi colleghi: cantare un brano per quello che la musica richiede, non forzare la musica per esibire se stessi.Un ultima nota, molto personale, sulla copertina. Sono orgogliosamente fazioso e non ho problemi ad ammetterlo, ma quella foto di Mina, io ne sono sicuro, è proprio quella usata per un’immagine interna di Bula Bula, ormai quasi vent’anni fa. Quella foto, in una povera stampa fotocopiata, mi ha accompagnato dalle pagine del mio diario di scuola per anni. Rivederla ora mi ha stretto il cuore, è stato un saluto bellissimo che ho letto in quegli occhi e che ricambio, da sempre, con tutto il mio cuore. Bentornata, mia amata Mina.

Pubblicato: 1 anno ago

Ti amo come un pazzo

“Ti amo come un pazzo” esce a meno di quattro anni dal precedente album di inediti di Mina, quel “Mina Fossati” pubblicato nel novembre 2019 la cui diffusione è stata condizionata dalle complicazioni causate dalla pandemia, ma che ancora oggi è una splendida dimostrazione di come due grandi artisti uniti in una collaborazione paritaria hanno saputo dare vita a un progetto straordinario, oltre che destinato a continuare a crescere nel tempo e nella percezione del pubblico.
Il nuovo disco di Mina mette le carte in tavola fin dal titolo, ironicamente melodrammatico, e dalla copertina, che volutamente rievoca quelle delle diffusissime riviste di fotoromanzi come “Bolero Film”, fondata nel 1947 nientemeno che da Cesare Zavattini (e ispiratrice di Federico Fellini per il suo “Lo Sceicco Bianco” del 1952), e come “Grand Hotel” e “Sogno”. Suggestione ribadita dalle atmosfere che caratterizzano molte delle canzoni contenute nel disco, che forse potremmo chiamare “canzoni-fotoromanzo” (per non ricorrere all’inglesismo “torch songs”), cioè che raccontano storie d’amore tormentato, perduto o non corrisposto.
Sono atmosfere che Mina ha già frequentato (basti pensare a “Trenodia”, che nel dicembre 1967 inaugurò la serie dei suoi 45 giri PDU) ma forse mai prima d’ora hanno caratterizzato così fortemente un suo album di inediti.

Come sempre, la selezione delle canzoni è avvenuta attraverso la lunga e metodica ricerca che Mina compie ascoltando le canzoni che le vengono inviate da centinaia di autori italiani, già affermati o ancora sconosciuti o addirittura esordienti. Fino a qualche anno fa l’invio avveniva per posta, in forma “fisica” di musicassette e poi di CD; oggi il sito PDU Music offre anche la possibilità dell’invio di MP3 (attraverso la pagina https://pdumusic.com/brani-inediti/).
Ma la ricerca personale di Mina è sempre metodica, puntigliosa e attenta, e dà origine all’arricchimento continuo di un “canzoniere italiano” che lei ha costruito e contribuito a far crescere in maniera del tutto indipendente, da discografica di se stessa che lavora costantemente e coerentemente sul proprio repertorio, attenta alla qualità dei brani che sceglie di interpretare, e proseguendo indomita nel suo lavoro di ricerca vocale che continua a dare frutti eccellenti. E’ questa l’attitudine davvero unica che fa sì che oggi la voce di Mina sia ricercata e desiderata sia da autori di lungo corso sia da autori giovani e giovanissimi che vedono in lei l’interprete ideale (e più qualificante) per le loro composizioni: non solo per merito del suo status di icona della canzone italiana, ma soprattutto perché è inclusiva, generosa di attenzioni e “trasversale” nei generi e nelle fasce di pubblico, e mantiene intatte contemporaneamente una grande popolarità e una solidissima credibilità.

L’iniziale BUTTARE L’AMORE ci porta nel vivo del discorso iniziale, del quale è una perfetta incarnazione: scritta da Matteo Mancini e Gianni Bindi, è stata la sigla della fiction “Le fate ignoranti” diretta da Ferzan Ozpetek e trasmessa da Disney+.
COME LA LUNA, di Philippe Leon e Luca Rustici (già autori di “Sono le tre” in “Le migliori” di Mina e Celentano) e come la precedente arrangiata da Franco Serafini, che in entrambe suona le tastiere e cura la programmazione, si apre in un ritornello corale quasi gospel.
Non meno drammatica, benché il tema non ne sia l’amore, è la lettera a Dio scritta da Enzo Avitabile in DON SALVATO’ (l’autore l’aveva già inclusa nel suo album “Napoletana” del 2009) che Mina canta in lingua partenopea con voce sofferta e addolorata, come se avesse “na spina rinto o core”. Arrangiamento, produzione e tastiere sono di Ugo Bongianni e Massimiliano Pani, al clarinetto e al flauto c’è Gabriele Comeglio.
Ancora Franco Serafini arrangia la malinconica FINO A DOMANI: l’autore è Federico Spagnoli, che già aveva dato a Mina “Ti meriti l’inferno” in “Maeba”, “Non mi ami” in “Le migliori” e “Questa donna insopportabile” in “Selfie”.
Un piccolo discorso a parte per ZUM PA PA. L’autore del testo è l’attore toscano Alessandro Baldinotti, che già ha scritto parole di canzoni cantate da Paolo Vallesi e Mia Martini, per quest’ultima affiancando Giancarlo Bigazzi e Paolo Hollesch (“Lacrime”) e il solo Hollesch (“Versilia”). Paolo Hollesch, del quale si ricorda un 45 giri di debutto cantautorale nel 1976 (“Un colpo di remo” / “Luce degli occhi”), è scomparso prematuramente nel 2012, ma prima aveva scritto – insieme a Riccardo del Turco – la musica di questa canzone di ambientazione felliniana-circense alla quale le tastiere programmate e arrangiate da Ugo Bongianni e Massimiliano Pani regalano una sospensione cinematografica, come fosse un sogno ad occhi aperti della Gelsomina di “La strada”, fino a un finale sospeso e tronco.
Un altro brano non inedito dell’album è TUTTO QUELLO CHE UN UOMO, la canzone che Enzo Cammariere presentò al Festival di Sanremo nel 2003 classificandosi al terzo posto e ricevendo il Premio della Critica. Nel tempo il brano è diventato un piccolo classico; la riscoperta da parte di Mina consolida questo status rendendolo un evergreen (e naturalmente, come da sua consuetudine, conservando intatto il testo al maschile di Roberto Kunstler).
La traccia più sorprendente dell’intero album è forse L’ORTO: era stata mandata a Mina qualche anno, messa fra i brani candidabili all’inclusione su disco, prima di essere presentata a X-Factor 2018 dal suo coautore (con Matteo Santarelli) Mattia Lezi, ed è una curiosa ode alla verdura che Mina canta leggerissima, divertendosi e divertendoci.
Parole e musica di LASCIA portano la firma di Antonio “Tonino” Majo: il suo, alla “tenera” età di 68 anni, è un debutto alla corte di Mina, dopo una lunga attività di turnista (ma il musicista ha nell’armadio lo scheletro di un 45 giri da cantautore, “Rabbia”, uscito nel lontano 1981). La canzone è un invito a non rinunciare a tornare ad amare anche se l’età è avanzata.
Ritorna come autrice per Mina – aveva esordito su “Maeba” con “Troppe note” – anche Viola Serafini, giovane figlia di Franco (che compone la musica del brano), con NON HO PIU’ BISOGNO DI TE, un mid-tempo dal testo amazzonico che Mina canta con suprema, sprezzante crudeltà.
A chiudere l’edizione in vinile dell’album su una nota ottimistica è il già chiacchieratissimo duetto vocale con Blanco, il quale insieme al suo coautore e “partner in crime” Michelangelo (che ha anche suonato quasi tutto il brano, ad eccezione delle chitarre elettriche di Andrea Rossini) firma UN BRICIOLO DI ALLEGRIA. La canzone non è uno dei troppi esempi di “featuring” che sono oggi così di moda; è un duetto vero e proprio, in cui le due voci si affiancano con freschezza, in un incontro di generazioni che dà vita a una canzone che ha tutto il potenziale radiofonico per accompagnarci durante l’estate che sta per arrivare.
La versione CD dell’album contiene due tracce supplementari, LA GABBIA e POVERO AMORE, che – firmate da autori “fedelissimi” di Mina come (rispettivamente) Maurizio Morante e Fabrizio Berlincioni-Michele Culotta – ci riportano alle atmosfere “da fotoromanzo” di cui si diceva in apertura (POVERO AMORE è stato scelto dal regista Ferzan Ozpetek per il suo nuovo film in uscita a Natale 2023) completando così un album sfaccettato, che esplora diverse atmosfere musicali (dalla canzone d’amore drammatica e intensa ai pezzi ironici, dalla ballad raffinata alla canzone rock e al bolero) la cui elegantissima inimitabile costante è la voce di Mina.

“Ti amo come un pazzo” sarà disponibile in più formati. 
LP classico in vinile nero; 
LP in edizione numerata e limitata in vinile Crystal; 
LP in edizione numerata e limitata vinile azzurro; 
LP in edizione numerata e limitata con copertina alternativa. 
CD 
Dal 21 aprile anche in digitale.

PDU Music è l’e-commerce ufficiale di Mina, ma il nuovo album verrà distribuito anche in tutti i negozi di dischi da Discoteca Laziale. L’e-commerce PDU Music venderà tutti i vinili ad eccezione di quello azzurro che verrà dato in esclusiva al Record Store Day del 22 aprile. PDU Music non venderà sul suo e-commerce la versione in CD.

Pubblicato: 1 anno ago

E queste lune di marzo…


1963
 – Forzatamente lontana dalle scene in vista del parto ormai imminente, dal 29 marzo Mina riappare sugli schermi cinematografici in un breve cammeo nel film-documentario di Vittorio Sala Canzoni nel mondo cantando Il cielo in una stanza. In TV – a dispetto dalla quarantena subìta dalla RAI per la sua “scandalosa” gravidanza fuori dal matrimonio – la si potrà comunque rivedere ogni nove sere a partire dal 17 aprile e fino al 17 agosto in una serie di Caroselli precedentemente registrati per l’Industria Italiana della Birra con canzoni del suo più recente repertorio come La fine del mondo, Soldato Giò, Sabato notte, Renato, Chihuahua, Improvvisamente, Il disco rotto e altre. Nei negozi di dischi, intanto, è in arrivo un 45 giri profumato di Sudamerica: il lato A Que No Que No è una deliziosa gemma simil-carioca composta dal vogherese Pierino Codevilla, “re del tango argentino” negli anni Trenta, suocero di Giulio Libano (che ha sposato sua figlia Caterina) nonché fondatore di una casa di edizioni musicali in cui lavora Vittorio Buffoli. Sul retro, la splendida Dindi (col testo italiano di Giorgio Calabrese) segna il primo incontro di Mina con i padri della bossa nova Vinicius De Moraes e Tom Jobim che a breve ritroveremo con la loro Chega De Saudade nell’ultimo LP Italdisc della Tigre

1973 – Mentre il doppio Dalla Bussola / Altro ancora staziona ancora ai primi posti delle classifiche, la PDU si assicura un posto al sole anche nel mercato primaverile lanciando il secondo volume della serie Del mio meglio tra le cui perle spiccano le ancora inedite su album UomoLa mente torna Eccomi. È intanto imminente l’uscita di nuovo singolo per l’estate firmato Riccardi-Albertelli, Lamento d’amore, che Mina presenterà in TV dapprima nell’ultima puntata del 12 maggio dello showHai visto mai? con Bramieri e la Falana e poi all’interno del primo ciclo di Caroselli Tassoni – in onda dal 17 maggio al 4 luglio – girati da Sergio Tombolini col “mago della luce” Ennio Guarnieri nei luoghi più suggestivi del Lago di Garda, dal Castello di Sirmione al Giardino Hruska di Gardone Riviera. 

1983 – In attesa delle novità autunnali per le quali Mina è già massicciamente impegnata in sala d’incisione, sta per vedere la luce nei negozi il settimo volume della gloriosa serie dei Del mio meglio il cui inedito punto di forza – al di là della superba tracklist – sono le immagini della consueta “tetralogia” di copertina. “Una follia nata per caso in casa di Mina – ci racconterà Stefano Anselmo – una sera in cui Luciano, Mauro ed io parlavamo con lei di nuove idee per le sue copertine. Ad un certo punto, con la matita, le ho fatto per scherzo un ghirigoro intorno a un occhio. Lei, divertita, se ne è disegnata un altro subito dopo. Il resto è venuto da sé, compreso il viso-monstre a due nasi ottenuto con un manualissimo montaggio di fotocopie…”. 

1993 – Sfumata l’idea di una compilation primaverile di canzoni d’amore – dal titolo Talmente t’appartengo – sulla falsariga della fortunata antologia Oggi ti amo di più di cinque anni prima, Mina torna a sorpresa in sala d’incisione per un progetto monotematico – il suo primo dai tempi ormai lontani di Mina quasi Jannacci – dedicato ai suoi amati Beatles. La raccolta – la cui uscita è prevista per maggio – sarà in parte costituita da brani dei Fab Four incisi ex novo e in parte da cover da lei già eseguite negli anni passati…

2003 – Mentre il consueto appuntamento con la compilation primaverile della EMI è puntualmente rispettato con la raccolta di duetti Mina in duo, l’attività discografica di Mina non conosce battute d’arresto: programmato per non prima della fine del 2004 il nuovo album di inediti post-Veleno, la Tigre è al lavoro per  una nuova monografia di classici partenopei che dovrebbe vedere la luce – a sette anni dal primo, straordinario Napoli – entro novembre. Ma si parla con insistenza anche di un suo disco-tributo a Frank Sinatra già pronto da tempo ma momentaneamente ancora chiuso nel cassetto…

2013 – Una primavera di ordinario superlavoro in sala d’incisione, quella appena iniziata, per la nostra infaticabile Superstar, alle prese sia con l’incisione di nuove canzoni inedite sia con un altro progetto unplugged – dopo la buona accoglienza riservata all’American Songbook di fine 2012 – previsto per Natale. Per la copertina dell’album parrebbero in corso trattative nientemeno che con la Disney Italia…

2023 – Dopo settimane di incontrollate fughe di notizie (come non se ne vedevano dai tempi aurei in cui tra le redazioni di quotidiani e rotocalchi si scatenavano lotte senza quartiere per rivelare in anteprima ogni minima indiscrezione sul doppio album di turno), l’avvio del preorder di Ti amo come un pazzo due giorni prima del compleanno di Mina ha finalmente ufficializzato la data di uscita del disco – il 21 aprile – e quella del lancio del singolo Un briciolo d’allegriaon air da venerdì 14. Il fatto che un’emittente non propriamente filomazziniana come Radio Deejay abbia presentato tout court  la canzone come “il duetto dell’anno” la dice lunga sull’enorme curiosità che l’incontro Mina-Blanco sta unanimemente scatenando nel mondo musicale. E sempre nella seconda metà di aprile, occhio alla vostra cassetta delle lettere: sarà finalmente in arrivo la nuova, ricchissima fanzine 92 di cui vi abbiamo anticipato il sommario pochi giorni fa.
p.s. Buon compleanno alla Colonna Sonora della nostra vita!

Pubblicato: 1 anno ago

Se la mia Kant sei tu

Se si esclude una sua estemporanea trasformazione nella doppia veste di Diabolik e di Eva Kant in una vignetta disegnata dal vulcanico Gianni Ronco per la compianta rubrica di posta di Vanity Fair, Mina non ha mai avuto alcun legame virtuale con la coppia di criminali più amata e inossidabile del fumetto italiano. Lei stessa – in una lontana intervista – aveva dichiarato di trovare “un po’ noiose” le spericolate avventure dei due. L’unico inedito trait d’union tra l’inafferrabile star e il Re (e la Regina) del Terrore è stato azzardato qualche anno fa – sul magazine Sette del Corriere della Sera – da quel fine esperto di storia del costume che è Antonio D’Orrico in un’intervista immaginaria alla oggi sessantenne Eva Kant. All’osservazione fatta dal giornalista sul fatto che “Lei e Diabolik siete stati la prima coppia di fatto del fumetto”, la risposta della bionda eroina noir creata dalle Sorelle Giussani è stata: “Confronti un po’ di date. Il 1° marzo 1963 appaio per la prima volta in edicola, il 18 aprile 1963 nasce il figlio di Mina e Corrado Pani. Per aver avuto un bambino da un uomo sposato, Mina, coraggiosissima, pagò un prezzo altissimo. Fu epurata dalla RAI. Bandita dalle case discografiche. Cose talebane. Quelli erano i tempi. Diabolik, un ladro e un assassino, e io, un’avventuriera, forse abbiamo fatto – come Mina – qualcosa di utile per rendere l’Italia un Paese più civile…”.

Pubblicato: 1 anno ago

Nel cielo dei Burt

In una delle tante digressioni aneddotiche con cui era solito deliziarci durante le nostre periodiche chiacchierate telefoniche, il Maestro Vittorio Buffoli – indimenticabile Cardinale Richelieu dei mitici uffici milanesi della PDU Italiana ma amico e collaboratore di Mina fin dagli anni Italdisc – ci rivelò che tra gli orchestrali che accompagnarono la Tigre nei brani da lei registrati nell’ottobre 1962 negli studi newyorkesi della MGM figurava nientemeno che un pianista di nome Burt Bacharach. Ad avvalorare questa affascinante ipotesi sono i nomi a dir poco prestigiosi degli arrangiatori coinvolti in quelle sessioni americane, da Marty Manning a Paul Weston (autore, tra l’altro, della stupenda I Should Care ripresa in Dedicato a mio padre), sotto le cui direzioni erano soliti avvicendarsi i turnisti più richiesti di quegli anni negli States. Si aggiunga che, pur avendo firmato cinque anni prima col fedele paroliere Hal David un hit del calibro di Magic Moment (per Perry Como), il 34enne Burt non aveva ancora conquistato quella notorietà internazionale che sarebbe esplosa solo nel 1963 grazie alle trionfali Don’t Make My Over, Walk On By e Anyone Who Had a Heart regalate all’esordiente Dionne Warwick.

Dopo quel – probabile ma non certissimo – primo incontro, le strade professionali di Mina e del più grande songwriter statunitense dell’ultimo secolo sembravano destinate a incrociarsi un decennio dopo, allorché i vertici internazionali della EMI ipotizzarono per Lady PDU la realizzazione e il lancio su scala mondiale di un album faraonico per i cui arrangiamenti si erano già resi disponibili – stando a quanto riportato da Gigi Vesigna in un Sorrisi del novembre ’72 – nomi stellari del calibro di Count Basie, Duke Ellington, Michel Legrand, Quincy Jones e – appunto – Burt Bacharach. Senonché, l’indisponibilità di Mina a volare oltreoceano per promuovere il disco con una serie di concerti tra New York, Los Angeles e Las Vegas rese inattuabile l’ambizioso (e costosissimo) progetto.

In compenso, nel corso della sua carriera discografica, televisiva e radiofonica, la Tigre ha reso omaggio al songbook del grande Maestro in molteplici occasioni, a partire da Quelli che hanno un cuore (Anyone Who Had A Heart) e Quando tu Vorrai (What The World Needs Now Is love) proposte a Canzonissima ’68 fino alla sontuosa versione di Walk On By incisa in Salomè del 1981, passando per Raindrops Keep Me Falling On my Head (proposta nel tour del ’71 con Gaber e poi accennata tre anni dopo in un medley con Walter Chiari a Gran Varietà), la magistrale rilettura di Alfie nell’album Mina del ’71 e una deliziosamente sbracata e divertita live version di I’ll Never Fall In Love Again duettata sette anni dopo con l’amico Dorelli a Gran varietà. Già, perché le canzoni di Bacharach erano, per sua stessa definizione ,“sofisticate abbastanza da sfidare il tempo, ma non troppo sofisticate da impedire di essere suonate da un pianista in un bar”. 

p.s. Andatevi a leggere su Dagospia, se ve lo siete perso su La Stampa dell’altro ieri, il bellissimo ricordo del Maestro che Marinella Venegoni ha trovato miracolosamente il tempo di redigere nel bel mezzo della buriana sanremese.

Pubblicato: 1 anno ago

Svegliatevi, bambine!

Nel 2013 la nostra fanzine celebrò il quarantennale del doppio Frutta e verdura/Amanti di valore dedicandogli un ampio e appassionato dossier monografico (con tanto di cronistoria del 1973). Ve ne riproponiamol’incipit così come fu scritto dieci anni fa, senza nemmeno aggiornare i riferimenti temporali e i dati anagrafici dei personaggi citati, a dimostrazione di quanto siano valide oggi come ieri le considerazioni fatte allora da Antonio Bianchi sul panorama femminile della canzone italiana. E di quanto l’album – ormai prossimo al traguardo del mezzo secolo – continui a brillare di inestinguibile modernità

di Antonio Bianchi

Aristocratico, autorevolissimo, nuovo (una scorpacciata d’inediti come non s’era mai vista), snobisticamente signorile, di un’eleganza ai limiti dell’impopolare, chic, cerebrale, lussuosamente elitario, sottilmente respingente… Senza mezze misure. Quarant’anni dopo, il doppio Frutta e verdura/Amanti di valore non ha dissolto la sua personalità a tinte forti. Basta accendere l’impianto hi-fi (o, più contemporaneamente, una docking station) e riascoltarsi difilato i due album per assaporare – unanimemente – una Mina precisa, “compatta”, coraggiosa, diversa e “parziale” rispetto ai confini, ben più vasti, del suo mondo d’interprete.

Le nuove generazioni non possono comprendere. La Pausini, Giorgia, Elisa, l’Amoroso, la Marrone sono – genericamente – “ragazze”. Le nuove generazioni di interpreti si fermano ai venti-ventinove anni. C’erano una volta, invece, le “signore”. Il giro di boa dei trent’anni segnava una linea di demarcazione. Era il momento giusto per rivelare nuove atmosfere vocali, nuovi contenuti, nuove maturità. E la Mina di Frutta e verdura/Amanti di valore è un monumento al ruolo canzonettistico di Signora. Mina lo ha inciso a 33 anni. Fa un certo effetto pensare ai 39 anni della Pausini o ai 42 di Giorgia. Anche da loro sarebbe lecito aspettarsi una maturità tangibile. Ma a livello testuale e contenutistico, le due nuove regine, pur “mature”, sono più prossime a Cristina D’Avena (la Pausini in salsa romagnola, Giorgia in salsa barbecue all’americana) che alla Mina trentatreenne. Non si tratta di una critica irriverente. La cantabilità, la digeribilità, l’emotività angusta del repertorio delle nuove signore va poco più in là dell’adolescenza.Vietato crescere. Vietato diventare paladine di un mondo più personale. Vietato delineare una personalità troppo autorevole. E vietato mostrare il proprio volto più aristocraticamente esigente, raffinato e – dunque – inevitabilmente respingente.

Mina e la Vanoni ne sono le regine. Le scelte di repertorio dei loro anni ’70 rappresentano una costante ricerca di una nuova maturità espressiva, di contenuti inusuali (addirittura “proibiti”), di un lusso espressivo, di una signorilità dai tratti intellettuali e borghesi. La Vanoni, più competitiva, ha incarnato il ruolo con una costanza e una caparbietà esemplari. Mina, più libera, lo ha lambito con minor strategia. Eppure la pietra miliare – l’apoteosi di questa signorilità d’interprete – è mazziniana: l’album Amanti di valore, ancor più di Frutta e verdura, è l’emblema imbattuto (e non più battibile) di questo filone. Più di qualsiasi album coevo della Vanoni.

Nuova immagine, nuova voce, nuove atmosfere, nuova maturità. Sono tante le chiavi di lettura che suggellano questa parentesi estrema della produzione mazziniana. Figura slanciata, magrissima. Capello riccio corto (da signora vera, fiera, altera) e platinato (ad accentuare un sentore divistico). Abiti tassativamente lunghi, talvolta ravvivati da dettagli signorilmente d’antan (una rosa laterale, piume di struzzo…). Sigaretta accesa (a evocare un’icona serale, salottiera, agiata). Voce più impura e sporca, senza levigatezze insistite, perché un velo di asperità eleva all’ennesima potenza il senso di vissuto. Registro basso enfatizzato. Atmosfere strumentali dalle rarefazioni notturne. Un velo di jazz. Sonorità elegantemente ricercate, snobisticamente lontane dagli ammiccamenti commerciali. E – soprattutto – nuovi testi impregnati di sesso, di spossatezza, di logoranti epiloghi, di lusso, di dissipazione… (…)

(Da Una Signora in due, fanzine n° 75, marzo 2013)