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Pubblicato: 2 anni ago

Le parole che vi ho già detto

A cura di Lucio Nocentini (con estratti da “Mina per voi”, Vanity Fair)

 

La conferenza stampa si svolge a Milano, in via Tortona, negli uffici della FIMI. La sala, enorme, è gremita di giornalisti fino all’inverosimile. Accompagnata da suo figlio Massimiliano Pani, arriva Mina, con l’aria di una che passa di lì per caso. Solita sciarpa nera, soliti occhiali a goccia, i capelli lunghissimi raccolti in una lunga treccia, maglione scollato e pantaloni neri. Uno scialle rosso è l’unica nota di colore. L’emozione è forte per tutti. L’applauso sarebbe senza fine se gli organizzatori non ci fermassero, dopo alcuni minuti. A lei il microfono…

Una puntualizzazione. Non mi chiamo Anna Maria. Ma come devo fare a farla capire a chi si ostina a dire: Anna Maria Mazzini, in arte Mina? Farò una copia del passaporto dove c’è scritto Mina. Battezzata Mina, e così spero che sia finita.

 

Le domande cominciano subito, a raffica. Alfredo, Pino, Giovanna, Mario, Stefano, Gabriele, Adele, Mirko, Andrea… E’ impossibile capire, nella confusione chi le pone e quale sia la testata.

 

Allora chiariamo un altro mistero. Lei è nata a Busto Arsizio ma è di Cremona. Ci spiega come si fa?

Sono nata a Busto Arsizio solo per caso, infatti mia madre passava di lì quando io, improvvisamente, decisi di nascere. A Busto sono rimasta ben tre giorni poi sono tornata a Cremona, la mia città. Come faccio a sentirmi una bustocca se non ci ho più rimesso piede se non per lavoro e molto più tardi? L’incredibile è che ci sono non poche persone che dicono di essere state a scuola con me proprio a Busto Arsizio.

 

Hai mai avuto difficoltà prima di arrivare al successo? Non c’è mai stato un momento in cui hai pensato di esserti sbagliata, di esserti illusa di aver qualcosa di grande da trasmettere agli altri?

Mina scuote la testa, perplessa… e risponde: – La mia storia professionale è molto particolare e abbastanza irripetibile, quindi non fa testo. Ma ti posso dire che non ho mai pensato di avere qualcosa di grande da trasmettere. Trattasi di canzonette e di tailleur, che meritano tutto il rispetto, per carità. Ma con molta calma.

 

E se non avessi fatto la cantante?

Quand’ero piccola, cioè un paio di secoli fa, il mio sogno era quello di fare il medico. Il chirurgo, per la precisione. Poi le cose sono andate diversamente, ma non ti nascondo che, ancora adesso, credo che quello di aiutare gli altri in difficoltà, con gli strumenti giusti come lo studio continuamente aggiornato e la ricerca, sia il mestiere più bello del mondo.

E se non avesse fatto il medico?

Il pittore. Mi diletto a scarabocchiare, a copiare. Soprattutto Picasso. Ed è una emozione cercare di capire perché una certa linea va da quella parte e non da altre. Perché quel colore lo mette lì e non altrove. Quello sì che è talento.

 

Lo scialle che indossi l’hai fatto tu. Sei brava a lavorare all’uncinetto…

È’ un po’ di tempo che non lavoro a maglia. Io vado a periodi. Mi butto maniacalmente in una cosa finché non ne posso più. Sono un’incontinente.

 

Avrei due domande… e una richiesta. 1) come mai hai sempre la sciarpa nera al collo? 2) Non hai proprio intenzione di tornate in televisione? Non necessariamente a cantare, anche solo a un talk show! La richiesta è: ci terrei un sacco a vedere su YouTube, prima o poi, un remake de La voce del silenzio fatto in studio come il video di Oggi sono io.

La sciarpa, che poi è un foulard, la porto da sempre. È diventata una abitudine quasi scaramantica. Una mia amica, tempo fa, notando che avevo sempre la gola coperta, estate e inverno, disse: «Difendi la tua azienda, vero?». Alla seconda domanda rispondo: no. Nessunissima intenzione. Per la terza questione ti potrei rispondere: non si può mai dire.

 

Sono sempre divertenti i titoli dei tuoi dischi. Li scegli tu, vero? E come ti vengono?

Ridacchia divertita e risponde: – “Porcospino rovente” o “Calzerotti in umido” o “Solstizio di mia nonna” o “Mi prudicchia” o “Coccofrullo” o più semplicemente “Bau”.

In copertina del tuo ultimo disco hai messo un macaco che si fa un selfie. Hai letto la notizia del macaco che ha fatto un selfie con la macchina fotografica del naturalista David Slater?

Sbarra gli occhi e quasi protesta: – Non mi piace più. Parlo della copertina. Della mia copertina. Mi ha stufato grandemente. Sono andata a vedere le foto di cui mi parli. Beh, sorprendenti. Fantastiche. Anche un macaco può diventare Avedon.

 

Per il tuo disco “L’allieva”, ti sei ispirata invece all’omonimo dipinto a olio di Mario Sironi?

Sironi mi piace molto, ma non è per questo che ho scelto quel titolo. Com’è ovvio il riferimento è il mio adoratissimo Frank Sinatra.

 

In copertina una foto di te ragazzina, addirittura. Perché?

L’allieva, commossa, sinceramente ringrazia.

 

Vorrei ringraziarti per le copertine stupende a cui ci hai abituato. Ironiche, misteriose, sensuali, enigmatiche… a mio parere opere d’arte in piccolo formato. E chissà, magari un giorno potrebbe nascere una bella mostra.

Grazie. Grazie. Grazie per Mauro Balletti e anche per Gianni Ronco. Mi risulta che di mostre ne siano state fatte più di una, sai? Hai visto la nuova cover per il DVD? Splendida, piena, baraccona, folle. I miei hanno sempre idee fantastiche, per mia fortuna.

 

Ti è piaciuto il disco che Robbie Williams ha dedicato a Sinatra? E come uomo, lo trovi sexy?

Tremendamente unsexy. Ma molto forte musicalmente. Ho sentito due pezzi dell’ultimo lavoro e mi sono piaciuti parecchio. E poi uno che ama Sinatra non può che avere il mio incondizionato consenso e affetto.

 

“Anche per te” è una vetta di Lucio Battisti. Hai mai pensato di inciderla? Il soggetto è maschile. Forse per ciò non l’hai incisa?                                                                                 Con aria stupita domanda: – Ma veramente non l’ho ancora fatta? Il fatto che sia al maschile non mi disturberebbe affatto. I grandi pezzi li lascio in originale, così come sono. Forse te ne sei accorto. “Anche per te, vorrei morire ed io morir non so…” eppure mi sembra di averla cantata. Sei sicuro, eh?


Nella tua carriera hai interpretato più o meno tutti i cantautori italiani. Tutti, tranne Franco Battiato. C’è una ragione?

Un po’ annoiata risponde: – Tutti tranne Francesco De Gregori, tranne Antonello Venditti, tranne Edoardo Bennato, tranne Angelo Branduardi, tranne Francesco Guccini, tranne Ligabue, tranne Biagio Antonacci, tranne Tiziano Ferro. Dimenticavo: tranne Caparezza, che adoro.

 

Ami i Beatles o gli Stones?                

Decisa: – Beatles tutta la vita. Già dalla prima ora. E poi, col passare del tempo, sempre di più. Credo che i pezzi che hanno composto loro siano inarrivabili. Per qualità e per numero. Bisogna tornare indietro di parecchio e andare, per esempio, a Cole Porter che, come prolificità e levatura, negli anni ‘30, ‘40 e ‘50 ha fatto sfracelli. Canzoni meravigliose che, come tutte le cose perfette, durano forever. Con le debite proporzioni, per carità…

 

E Vasco Rossi? Ti piace? Che ne pensi del suo modo di fare musica?

Si stringe nello scialle e risponde allegra: – A me Vasco Rossi non piace. Lo adoro. E non sto a spiegarti il perché. Al di là dei commenti tecnici che cerchi di estorcermi, ti posso dire che mi coinvolge, mi appassiona. Sanguina, come diciamo noi, ecco, lui sanguina. Ti invito a spararti un paio di pezzi suoi con gli altoparlanti a manetta. Vasco va sentito forte da spaccare i vetri. Può darsi che tu scopra un patrimonio che non sospettavi esistesse. In buona sostanza, come si fa a spiegare perché una cosa ti piace e un’altra no. Impossibile. La musica tocca delle corde che neanche tu sai se e quando vibrano. Sei succube di un mistero.

 

Ho letto su Internet che è uscito un tuo doppio album con le canzoni scritte per te da Paolo Limiti. Un periodo straordinario, con Bugiardo e incosciente e La voce del silenzio. Capolavori assoluti. Solo che sul tuo sito non c’è traccia. Come mai?

Annuisce, come se fosse contenta di avere l’opportunità di rispondere esaurientemente a questa domanda e spiega: – Nel sito ufficiale ci sono solo i dischi che ho pensato, voluto e fatto io. Trovi pochissime compilazioni che sono le sole alle quali ho preso parte scegliendo i pezzi, la copertina, la grafica. Non trovi traccia di questa nuova uscita della Emi, come di molte, troppe altre compilation, perché sono state pensate e volute da terzi e realizzate con materiale di catalogo (in questo specifico caso con master di proprietà Emi). Io ho dedicato dei dischi monografici a degli autori che amo: \”Mina canta Lucio\”, \”Mina quasi Jannacci\”, \”Sconcerto\” (con le canzoni di Modugno), \”Mina canta i Beatles\”, ecc… Non ho scelto di realizzare questo disco. lo hanno scelto per me, visto che i vecchi contratti lo permettevano. Spero che sia bello, però.

 

A proposito di Mina quasi Jannacci, quando lo riascolto ci trovo sempre qualcosa di nuovo. Grazie per averlo cantato!

Grazie a te. E grazie soprattutto a lui, a Jannacci. L’ho riascoltato ieri, quel disco. “Rino”, poco conosciuto, è un pezzo particolare che mi emoziona esattamente come quando l’ho sentito per la prima volta. Grazie, Enzo. La carne se ne va, l’essenza rimane.

 

Si dice che “Oggi sono io”, il brano di Alex Britti che canti in Mina in studio, tu lo abbia ascoltato solo il giorno prima di inciderlo.

Non il giorno prima, ma il giorno stesso. Avevo sentito a Sanremo il pezzo e lo trovavo fortissimo. Decido di farlo e in un attimo Massimiliano chiama Alex Britti, la Catherine tira giù le parole e io prendo la tonalità con i ragazzi che tirano giù la musica. Buona la prima. Ma non è una roba eccezionale, credimi. Lo fanno in molti. E poi ci sono pezzi che si “lasciano” cantare. Di solito sono i più belli.

 

Hai mai provato a suonare qualche strumento?                                                                         Con una mano sul petto confessa: – Mi pento amaramente di non aver continuato i miei studi di pianoforte. Certo, la musica si può amare moltissimo anche senza conoscerla. Ma se avessi dato retta al maestro Lodoli, pensa, ricordo ancora il suo nome dopo una cosa come sessant’anni, probabilmente mi si sarebbero aperti altri mondi che la mia ignoranza mi permette soltanto di intuire.

 

Hai avuto un maestro di canto?

Io non ho mai preso una lezione di canto. Da ragazzina studiavo da soprano. Ricordo ancora il nome del maestro che mi seguiva: Lodoli. Ho inciso, a livello amatoriale, un paio di arie: “Croce e delizia” e “Vissi d’arte”. Lungo gli anni abbiamo cercato per casa il disco, ma, purtroppo, è andato perso in qualche trasloco. Come è andata persa la mia voglia di continuare quando Lodoli cominciò a insistere perché io cantassi esattamente come voleva lui. Certe convenzioni, certe interpretazioni obbligate mi andavano strettissime. E ho smesso. Ma l’amore per la lirica non si è fermato e aumenta sempre di più.

 

C’è un disco o un’opera o un concerto al quale tieni di più?

Giuseppe di Stefano mi aveva fatto ascoltare le registrazioni casalinghe delle prove con Maria Callas, quando lui la “riallenava” per quel giro di concerti che lei volle fare dopo anni che si era fermata per le ragioni personali che tutti conoscono. È materiale preziosissimo che Pippo non voleva rendere pubblico per una questione di delicatezza nei confronti di Maria. Ma adesso, dopo tanto tempo, secondo me, è una inestimabile testimonianza che si deve pubblicare. Gli amanti dell’opera, di Maria e di Pippo Di Stefano ne sarebbero deliziati. Io al settimo cielo.

 

Che cosa ne pensa della musica ascoltata sul vinile?

Oh, che cosa penso… C’era più anima, era meno asettica. Si sentiva il respiro e l’emozione che sono spariti quasi del tutto con l’utilizzo delle nuove strumentazioni. Per fortuna i vecchi LP esistono ancora. Quelli che si stampano adesso non hanno le stesse caratteristiche perché è il tipo di registrazione che è cambiato. Non è tanto il supporto fisico che fa la differenza.

 

Una curiosità: riusciresti ancora a cantare Brava?

Annoiata, perfino un po’ scocciata: – Come no? La canto tutte le mattine, prima del caffè. A squarciagola, fino a che il mio dirimpettaio non imbraccia una doppietta e mi minaccia dalla sua finestrella.

 

Tu conoscevi il brano “Cosa sono le nuvole” di Modugno – Pasolini? Se sì, allora perché non lo hai inserito nel tuo disco Sconcerto? La stessa cosa vale per “Meraviglioso”, diventato successo di altri…

Canticchia: “Che io possa esser dannato se non ti amo…”, certo che conosco quel pezzo. A maggior ragione perché “porta” le parole di Pasolini che amo completamente. Ho scelto tra infinite canzoni di Modugno e quelle due sono rimaste fuori. By the way, ti devo dire che “Meraviglioso” non mi fa impazzire. E adesso lapidatemi.

 

Ti è mai capitato di restare affascinata dalla tua stessa voce, magari sentendoti alla radio?

Decisa e tranchant: – No, non mi è mai capitato. Figurati, io vorrei avere la voce di Barry White…

 

Perché non canti Turandot? Con la tua voce unica e splendida, sarebbe un successo eccezionale.

Ride a crepapelle prima di rispondere: – In tonalità originale, immagino. Sei pazzo, vero? Forse sai che, insieme ad altre arie d’opera, ho fatto “Nessun dorma”. In forma, diciamo così, non strettamente operistica. Gli arrangiamenti favolosi e commoventi erano di Gianni Ferrio. A me è piaciuto molto, quel lavoro. A molti, invece, è proprio dispiaciuto. In modo particolare agli eredi di Puccini. Che non sanno che amo Giacomino più di loro.