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Pubblicato: 5 mesi ago

Quei bravi ragazzi

di Stefano Crippa

Diciotto anni dopo sul luogo del delitto, la coppia più  bella del mondo decide di rimettersi in gioco. E che gioco, vista l’attesa cadenzata mese per mese dall’attenzione dei media quasi come il precedessore, la cui registrazione era stata seguita ‘minuto per minuto’… Ma basterebbe poco per trasformarlo nell’ennesima operazione discografica, pur nella consapevolezza che quell’ oltre milione e mezzo di copie vendute sono miraggio impossibile da raggiungere per chiunque ormai. Ammettiamolo, un po’ tutti abbiamo pensato quando la notizia ha cominciato a girare che la rentrée in coppia di Mina e Celentano fosse dettata da una logica di puro merchandising. Due calcoli, la signora fa fatica ad arrivare al disco d’oro, il molleggiato addirittura non pubblica materiale inedito da cinque anni, il mercato (o quel poco che ne rimane…) in mano a talent, ragazzini e caduche star del web. Insomma, Le migliori non nasceva sotto i migliori auspici. E invece…. Confesso di non aver mai amato il best seller del 1998, anche se Acqua e sale, Brivido felino o Specchi riflessi le ho canticchiate senza sosta in quell’estate rovente, ma onestamente eravamo lontani dagli standard a cui due numeri uno della musica potevano – e dovevano – giustamente ambire. Ovvio avevo torto io, ancora stordito dalla bellezza di Napoli e dalla sperimentale follia di Leggera, mi dovevo arrendere a un anno ininterrotto di classifiche e di singoli sfornati ad uso e consumo dell’airplay radiofonico.

1998-2016, eccomi con gli stessi timori. Il primo assaggio non è in completo relax, ‘devo’ ascoltarlo per scriverne sul giornale anche se ho affidato l’incontro stampa milanese a un altro redattore. Eppure l’impressione iniziale – pur limitata da un ascolto parziale interrotto dalle telefonate e dal continuo vociare della redazione, è di un disco solido, radiofonico certo ma con belle idee. Confermata dagli ascolti successivi, dove godere – vivaddio, di una registrazione vera, con suoni potenti e graffianti. Selfie – che non ho amato e continuo a considerare l’album più debole della signora dai tempi di Olio – soffriva di arrangiamenti di maniera e suoni opachi. Qui si sente l’attenzione maniacale di Pischetola al missaggio (e di Celentano, bravissimo) e la precisione negli arrangiamenti. Massimiliano tira fuori dal cilindro il delizioso tango elettronico di Amami, amami con quella fisarmonica e la irresistibile citazione ‘adrianesca’ e Celso Valli… beh,  – non me ne voglia Max – Celso è stato l’arrangiatore perfetto per Mina nei primi anni ’80. Quei suoni essenziali, elettronici o acustici quando serviva, e quelle bizzarre follie vocali a cui la ‘costringeva’  non perdono un’oncia di attualità a più di trent’anni di distanza. Qui è sempre un passo avanti nella scelta degli stili, nell’ingresso degli strumenti, nei cambi di ritmica (A un passo da te, Un diamante nascosto nelle neve). E i pezzi? Questa volta ci sono, tutti, forse con l’eccezione della melodrammatica Ti lascio amore, con tanto di colpo di scena finale – Prisencolinensinanciusol – dove Benassi pompa come e più di quanto fatto nei dischi di Madonna.

E i due ragazzi terribili si divertono alla grande, si scambiano i ruoli – spesso è Mina a lasciar spazio ad Adriano, inventano parodie e non si lasciano intimorire da nulla. E lo spiegano – a loro modo – negli otto minuti otto del disco extra, quello del backstage registrato ‘di nascosto’ nella macchina del caffè, in quel loro amabile prendersi in giro e ricordare il passato di una tivù ormai estinta senza nostalgie ma solo per il gusto di proiettarsi nel futuro. Che è poi il piccolo grande segreto dell’eterna giovinezza. Grazie Mina, grazie Adriano.