Il Blog

10888470_10152652690322903_1514147824770916768_n
Pubblicato: 12 mesi ago

Con lo stesso sorriso di Rudy

Nella languida, straniante ed estetizzata atmosfera di un pigro après-midi estivo cadenzato dalle bossanove di Tom Jobim, una donna decide di suicidarsi col gas trascinando nello stesso destino i suoi due ignari bambini dormienti. È l’agghiacciante trama del brano-capolavoro Rudy del pavese Guido Bolzoni cui Antonio Bianchi dedica la parte conclusiva – qui di seguito riproposta – della sua imperdibile analisi dell’album Altro nell’ultima fanzine… 

di Antonio Bianchi

“… Il riferimento alla trasfigurazione sonora di Rudy è molto interessante. E offre lo spunto per aprire una parentesi sui testi di Altro, quasi tutti a tinte molto forti, consapevolmente e volutamente fuori dagli schemi. Con l’eccezione di Non ti riconosco più, dove il testo è puro supporto alla musica ed è Mina, semmai, a rimarcare i chiaroscuri che i versi, da soli, non evocherebbero.

L’amore, forse… (di Giorgio Calabrese) e L’abitudine (di Bruno Lauzi) sono molto più autosufficienti e incisive. Senza bisogno di enfatizzazione interpretativa. Due emblemi di disillusione adulta, matura, contenuta e introspettiva.

Tutti gli altri testi puntano su contenuti estremi. Vale anche per Amore mio (di Gina Basso, su musica di Bruno Canfora), che non è una normale canzone d’amore bensì un monumento al sentimentalismo più assoluto, totalizzante e – dunque – parodistico. Ossessione ’70 è il brano mazziniano più prossimo all’effetto “elenco telefonico” spesso menzionato in riferimento a Mina. Ci sono due canzoni che alludono alla vecchiaia, allusa e mitigata ne I giorni dei falò, rappresentata con minuzia fiamminga in Ballata d’autunno. C’è Fate piano (primo exploit dell’accoppiata Andrea Lo Vecchio-Shel Shapiro), sconvolgente scoperta di un amore (presumibilmente) già coniugato e (sicuramente) già padre. E ci sono due testi sul suicidio, tema già affrontato, in 5043, in La mia carrozza (in termini allegorici) e in Suoneranno le sei (dove il riferimento, potentissimo, è diluito dall’effetto “canzone d’arte”, dalla pregnanza di tango argentino, dalla morbosità culturalmente “lontana” e dal ruolo vocale “da guest star“). In Volendo si può (di Vito Pallavicini su musica di Giorgio Conte) e in Rudy (di Guido Bolzoni, lo stesso di La mia carrozza e Caravel: una trilogia inquietante) il tema è trattato in maniera esplicita, senza sotterfugi. In Volendo si può l’effetto choc è suggellato, narrativamente, anche dal punto di vista strumentale. Quel che si dice e quel che non si dice è comunque materializzato – didascalicamente – dallo svolgimento orchestrale. Rudy, invece, non tace nulla. La scenografia è minuziosamente ricreata – tra profumi, suoni, luci… – a livello multisensoriale. Ricorrono riferimenti “francofili”. E l’epilogo – come l’antefatto – è narrato con distacco positivista, fotografico, estraneo. La trasfigurazione strumentale di Rudy rende il quadretto doppiamente spiazzante. Il testo fotografico si sospinge in riferimenti cronologici precisi. Penso al foulard di Balmain (superstar dell’haute couture francese post-bellica) e alle bossa-nove di Jobim (intrecciate agli anni Sessanta). E allora cosa ci sta a fare quella musichetta sospesa tra anni ’20 e ’30? Il connubio, probabilmente scaturito per relativizzare la portata dei versi e i riferimenti a “fatti e persone reali”, si traduce in un effetto beffardamente inquietante, non dissimile – ci penso ogni volta che ascolto Rudy – al piano sequenza che conclude Shining, dove il volto di Jack (Nicholson) Torrent spunta, spiazzante come la datatissima musica da ballo in sottofondo, in una foto scattata sessant’anni prima. Rudy sortisce lo stesso effetto: come una foto ingiallita dai decenni che ci ritrae oggi, con il nostro iPhone”.