Il Blog

Pubblicato: 5 anni ago

Vedi che parole semplici…

Ci lamentiamo spesso – io per primo – del fatto che a scrivere gli articoli per la fanzine siano da tempo immemore i soliti tre o quattro ormai incanutiti redattori e che alla nostra rivista occorrerebbe un vivificante ricambio generazionale. La bella recensione qui pubblicata – opera di una delle nostre giovani firme più brillanti – sarà anche la classica rondine che non fa primavera (e tantomeno l’Epifania), ma si lascia leggere con grandissimo piacere…

 

di Giancarlo Nino

La musica che gira intorno, non solo oggi, anche da tempi piuttosto remoti, spesso dice poco o nulla. Non ci parla, non mi parla. Si inerpica su un ritornello che nel giro di pochi anni diventa vecchio, si arena assieme al suo arrangiamento negli archivi di polverose memorie démodé. Capita, capita persino a nomi di primissimo piano, in Italia e all’estero. Non capita, non capita affatto, se la musica in questione è griffata Mina- Fossati. Quanta musica che parla in questo album lunare. Quanta parola che suona. Quanta cura e attenzione all’espressione, al “dire” le cose, recitarle, ancora prima che cantarle. Deve essere l’effetto di chissà quale meravigliosa reazione chimica che ha sciolto la fiera e indomita duttilità espressiva di Mina dentro le gocce della raffinatissima poesia di Fossati. Poesia che scivola leggera tra le 11 tracce del disco, stelle di carta pentagrammata, arrangiate con umiltà, servizio e sapienza da un Massimiliano mai così ispirato. Il cielo dell’interpretazione si schiude dalla prima traccia, l’Infinito di stelle, potentissima nella sua delicatezza disarmante. Mina entra luminosa, come un raggio di luna, chiara e irresistibile. Fossati le porge la mano. E dentro “un caffè in due” si spalancano cieli insondabili. Ecco perché siamo qui. È già tempo di garrula levità in Farfalle. Mina e Fossati si inseguono su solari battiti d’ala che profumano di primavera e semplicità. In Ladro, impensabile nella gola di qualcun’altra, Mina sfodera tutta la dimensione sensuale e carnale della sua vocalità mentre in Come volano le nuvole si limita ad accompagnare nel ritornello Ivano, leggera e serafica, vento che soffia. Ne La guerra fredda riverberi di caducità umana colorano un canto sommesso e gentile mentre Tex-Mex è energica e opulenta, con la voce di Mina bruna e sanguigna che disegna strade in un deserto texano dai contorni blues. Amanti della domenica si adagia su languide carnalità domenicali, sommessamente bisbigliate a fior di cuscino. Meraviglioso è tutto qui, invece, appartiene di diritto al filone più classico della produzione di Mina, romantica e appassionata. L’uomo perfetto e Niente meglio di noi due ritmano scanzonatamente il finale del disco tra ironie e divertissment briosi di chi si può permettere di giocare con la musica. Ma è Luna diamante il pezzo che, affidato alla sola Mina, rappresenta la cifra più alta e nobile dell’intero lavoro. Mi ricorda, per intenzioni, teatralità e per riferimenti iconografici, Casta Diva, scritta da Bellini per un’altra voce grandiosa di cui possiamo solo leggere, ahinoi, quella di Giuditta Pasta. Come nel canto di Norma, Mina, mai così concentrata e lirica, eleva una preghiera alla Luna che qui ha lo spessore di uno sfogo introspettivo, una sorta di romanzo interiore. Spezzata e dolente, la sua voce risuona di un’umanità cupa e fragile. Invoca aiuto insperato in quella “luce di Luna d’acciaio e diamante”, che scenda da un cielo scuro per guarire un amore rimasto senza parole. Non è tardi stanotte nemmeno per me. Infine, nella versione deluxe, Mina omaggia Fossati ricantando la sua Settembre. Sembra un jazz stupendo, in cui Mina inventa con la voce malinconie delicate disegnate su una strada piovosa, con un taxi che corre via, agli inizi di settembre. Da lasciare senza fiato. Mina Fossati è una raccolta di poesie in musica, che riafferma un filone di scrittura immarcescibile e arduo, quello di un certo cantautorato lirico di cui Fossati è stato ed è rappresentante di punta (assieme al compianto Lucio Dalla). Mina Fossati è un manuale di canto cantato che sarà preso a modello dalle interpreti a venire. Nonostante gli oltre sei decenni di musica, Mina, da decana in carica delle cantanti nostrane, continua a rappresentare un modello esemplare. A lei oggi, per prima, spetta il merito di definire i canoni di un’estetica della voce di signora, fieramente adulta. Le leggere fragilità timbriche e le increspature vocali, lungi dall’inficiarne l’irriducibile vocalità, sono elevate a strumenti espressivi. Invocate a sostegno di esigenze di comunicazione. Diventano essenziali per materializzare la sofferta narrazione di Luna diamante o la rotondità mattutina di Amanti della domenica. Amplificano la duttilità di uno strumento senza paragoni, capace ancora più di prima di cambiare intenti e modalità in ogni pezzo. Mina insegna, in un mondo di forzati giovanilismi, il fascino del tempo, dell’esperienza, spiega che farsene di una voce leggendaria che ha risuonato per decenni e che ancora non conosce stanchezze. Spiega l’intelligenza, quanto sia essenziale mettere la tecnica e il canto a servizio delle parole e della musica. Mai autocompiaciuta, mai autoreferenziale. Costantemente ammantata di un fascino e di un’autorevolezza preclusi a tutte le altre.