di Alessandro Basso – Disegno di Giorgio Cavazzano
Un album di Mina si somatizza con un minimo di cento ascolti: se non senti cento volte ogni sua nuova canzone o ogni sua nuova interpretazione non puoi dire niente di preciso. Lei è magica, la sappiamo tutti: sfuma, recita, gioca, amplifica, riduce, sferruzza, ricama. Con quella voce può davvero fare tutto, ora più di allora – mitica e divina, radiosa ed oscura nel buen retiro d’oltralpe. C’è e si sente, non si vede e non ci rattrista. Inoltre, Mina ha la capacità assoluta di lasciarti sempre il dubbio che quella interpretazione poteva essere migliore. Mi spiego: tu ascolti una canzone, una qualsiasi, ti piace, subito, ne gioisci, la mente sobbalza furiosa, il cuore non lo fermi neppure con una montagna franata, poi la riascolti, la riascolti ancora e t’accorgi che la sua voce è così limpida e potente (anche adesso, soprattutto adesso, che non è più la giovanotta sbarazzina degli oramai famosi stralci in bianco e nero), tanto limpida e potente che quella canzone avrebbe potuto, non solo, cantarla in altri mille modi diversi, ma avrebbe anche potuto cantarla dieci, cento, mille volte meglio. Questa capacità è l’unica che ti obblighi a pensare: “Caspita! La Mina canta ancora così bene?! Ma cosa mangerà, dico io! Chissà che combinerà col prossimo cd!”. E allora lo aspetti, quel cd, come si aspetta… il Natale, appunto. Certo, non sempre l’animo nostro e l’animo mio hanno ben accettato certe sue scelte, per esempio io non ho amato e continuo a non amare affatto il suo 12 che, salvo due canzoni o tre, mi sempre filologicamente ineccepibile ma sentimentalmente piatto.
Confesso d’aver pensato lo stesso della strenna natalizia, Christmas Song Book. Ascoltai le brevi anteprime su qualche sito e pensai che fosse fiacco come 12. Poi l’ho comprato perché, anche questo succede solo con Mina, malgrado l’idea che ti fai di un suo lavoro, malgrado un suo album non t’aggradi o non t’incuriosisca, si corre sempre a comprarlo per rispetto alle immortali tradizioni dell’essere ciò che si è: cioè, degli inguaribili minosi. A ciò bisogna aggiungere che con questo song book natalizio la tentazione è incontenibile: l’incarto colorato, la Mina, Uack che Mina!, disegnata con gioia e genio da Cavazzano, non fanno che strizzarti l’occhio dicendoti su-dai-comprami-eddai-che-aspetti!
L’ho comprato e… signore e signori, è davvero un capolavoro! Lo so, lo diciamo sempre di lei, e pazienza se uso sempre la parola “capolavoro”, che uno poi ti dice che sei di parte perché parli del tuo divo, anzi del tuo mito. Ma qui davvero non ci sono altre parole: Mina fa sempre capolavori e io non conosco sinonimi adatti a rendere l’idea! Questo album è una cosa memorabile. E chi se lo aspettava!
Seguitemi, ve ne prego. Esso è così memorabile che per spiegare ciò che si prova ad ascoltarlo, anzi a viverlo, devo creare una storia tutta speciale.
È la mattina della vigilia di Natale, a New York o giù di lì, e sono per strada per andare a far gli ultimi acquisti. Scorrono languidi e struggenti Old fashion Christmas e The secrete of Christmas, mi parlano già dal mondo dei ricordi, dolci e delicati, delle musiche del mio cuore, quelle che mi ricorderò anche quando ormai sarò vecchio e smemorato: penso al Natale di quando gli acquisti li faceva la mia mamma e il mio babbo, lungo il corso cittadino con la pelliccia lei e i baffi intirizziti lui. La prima canzone è deliziosa, quasi limpida, educata e pavoneggiata; la seconda è melodiosa e goduta, come fosse un confetto da suggere tutto per trovar la mandorla. Il giorno avanza, la folla pure, il centro commerciale straripa e fra gli scaffali che senti? Bè ma facile! Non puoi che sentir le canzoni più frizzanti e più minosamente minose, per dirla chiaramente, di tutto il repertorio: Baby it’s cold, cantata con… Rosa (ormai Fiorello si chiama così perché così la Mina l’ha ribattezzato), Jingle bell Rock e Let it snow: sono un inno alla freschezza, alla gioventù, frizzanti e saporite come un buon aperitivo. Le sento, fra una busta e l’altra, un regalino e l’altro e penso che sono a New York – e son tanto felice… Ah! Son sempre il solito sentimentale… Forza, bisogna rientrare! Mi getto per strada, salto sul primo tassì giallo che trovo; l’automobile corre fra i palazzoni ed io non vedo l’ora di tornare a casa, (casa mia è una di quelle carine col cancelletto verde sull’Upper East Side), dove troverò il fuoco da accendere: canticchio Santa Claus got stuck in my chimney, mi diverto come un matto, mentre il tassista mi sente mentre guida e non dice niente. Penso che tutto ciò dà un sapore e un’atmosfera da film. Ora finalmente sono a casa, mi tolgo i guanti e lo sciarpone; quando il fuoco è acceso e scoppietta ci stanno bene I’ll be home for Christmas ed It came upon a midnight clear: americanissime, jazz come una tovaglia rossa a scacchi e un centrotavola improvvisato con qualche candela, mentre pensi alla grande cena di stasera. In cucina si ascolta How lovely is Christmas, poderosa e poetica, lirica e d’antan, mentre cucino le leccornie dal profumo antico e nuovo: quello italiano, anzi napoletano, pure se sono a New York. A cena ci sta sempre bene un classico, così non si fa torto a nessuno: White Christmas è l’ideale. Mina lo canta pazientemente, prendendosi tutto il tempo che serve ai classici; non ci gioca molto e riesce a farlo profondo come un bacio dato sotto il vischio accompagnato dal coro lontano e affettuoso degli invitati concitati nella smania di baciarsi anche loro. Ho mangiato un sacco, la neve cade sopra di me e ho settanta torroncini dentro di me: è ora di dormire! Mi distendo, arriva lui o lei chissà, ci stringiamo, com’è bello stringersi sotto le coperte. È già Natale, il meraviglioso, inimitabile, dolce Natale: “Auguri! Amore. Auguri ancora!”. Lui o lei mi sussurra Silent night, è una preghiera, un voto, una promessa che l’anno venturo saremo ancora lì, sempre lì, uniti dallo stesso abbraccio, e mi carezza la testa; gli rispondo con Have you a Merry little Christmas. Un bacio e sogni d’oro.
Grazie Mina, grazie di tutto cuore! Ti ho visto, ti ho rivista, ti vedo, ti rivedo, (anche se non ti fai vedere e fai bene), ti sento e ti risento e sei sempre nuova, sorprendente, dolce e coraggiosa come una vera donna italiana che a Natale canta fra una teglia e l’altra mentre la casa è piena di nipoti che ti rubano gli antipasti dal piatto – il Vesuvio ha la testa bianca di neve, i mostaccioli sono nel vassoio, il presepio è pronto, l’albero lo stesso: il Bambinello langue nella mangiatoia sotto un ciuffo di ovatta.
Sai che farò, cara Mina? Domani ricomincio il giro e risento tutte le canzoni come in quel filmetto di Paperino nel quale Qui, Quo e Qua – magicamente – rivivono ogni dì il giorno di Natale. Auguri bellezza! Ci sentiamo in primavera…
Autore: loris