Mina Fan Club

di Fabio Corbisiero
Nel suo profilo instagram, Fabio Corbisiero – vecchia conoscenza del fan club – ha dedicato alle reazioni al nuovo singolo di un”certo” mondo social uno scritto così ben argomentato da indurci a riproporvelo…
Leggo molti commenti sul pezzo inciso da Mina pochi mesi fa – “Vento di passione” del grandissimo Pino Daniele con Giorgia – che finiscono per concentrarsi quasi esclusivamente su un punto: Mina ha 86 anni e la sua voce non è più quella di quando ne aveva trenta, quaranta o cinquanta. Ma è proprio questo il punto che trovo culturalmente, oltre che musicalmente, più interessante. Perché giudicare un’interpretazione a partire dalla “vecchiezza” della voce significa implicitamente assumere che ciò che invecchia perda necessariamente valore, che il corpo giovane rappresenti la misura della perfezione e che tutto ciò che se ne allontana sia deterioramento, difetto, qualcosa da nascondere o, peggio ancora, da buttare. È una concezione molto contemporanea dell’invecchiamento, ma applicata all’arte diventa particolarmente povera. Una voce è un corpo. E un corpo ha una storia. Con l’età l’apparato fonatorio cambia fisiologicamente: possono modificarsi elasticità, estensione, intensità, durata del fiato, stabilità dell’emissione, vibrato e qualità timbrica. Pretendere che a 86 anni una cantante produca esattamente il suono che produceva a trent’anni non è un criterio di valutazione musicale: significa chiedere al tempo di non essere trascorso. La questione interessante dovrebbe essere un’altra: che cosa fa un’interprete con la voce che il tempo le ha consegnato? Ed è precisamente qui che Mina continua a essere straordinariamente interessante.
In Vento di passione non cerca di ricostruire artificialmente la Mina giovane. Non sembra voler dimostrare di possedere ancora la potenza vocale di Studio Uno, né ha bisogno di esibire virtuosismi per ricordarci chi è. Accetta il tempo dentro la propria voce e lo trasforma in linguaggio. La grana è diversa. Il colore è diverso. Il rapporto tra respiro e suono è diverso. Ma tutto questo non è semplicemente una sottrazione. Può diventare materiale interpretativo. Qui occorre distinguere una cosa fondamentale: la prestazione vocale non coincide con l’interpretazione.
Possiamo analizzare tecnicamente una voce attraverso estensione, intonazione, intensità, stabilità, vibrato, attacchi, gestione del fiato. Ma la grandezza di un cantante non è la somma di questi parametri. Altrimenti basterebbe un fonetogramma per stabilire chi sia un grande interprete. Esistono anche il fraseggio, la prosodia, il senso ritmico, le dinamiche, le sospensioni, il rapporto tra parola e silenzio, la capacità di anticipare o ritardare impercettibilmente una frase e, soprattutto, la capacità di attribuire significato a una parola cantandola. Ed è qui che si trova una parte enorme dell’arte di Mina.
La sua grandezza non è mai stata soltanto avere “una grande voce”. È stata la capacità di utilizzare quella voce come uno strumento interpretativo estremamente sofisticato, attraversando pop, jazz, canzone d’autore, musica brasiliana, tradizione napoletana e repertori molto diversi senza limitarsi a eseguirli.
Per questo trovo riduttivo ascoltare Vento di passione chiedendosi continuamente: “Ma Mina ha ancora la voce di una volta?”
Naturalmente no. Ha la voce di oggi. Ed è proprio quella che bisogna ascoltare.
C’è poi un’altra questione che emerge da alcuni commenti: l’idea che Mina dovrebbe “lasciare in pace Pino Daniele”, quasi che interpretarne una canzone significasse profanarne la memoria.
Ma una grande canzone vive esattamente attraverso il processo opposto: continua a essere cantata, reinterpretata, trasformata.
Pino Daniele nutriva una grande considerazione artistica per Mina e Mina aveva già frequentato il suo universo musicale. Non parliamo dunque di due mondi estranei. E soprattutto la musica di Pino è stata essa stessa una straordinaria esperienza di contaminazione: blues, jazz, Napoli, Mediterraneo, rock, tradizione, musica africana e canzone d’autore. Il modo più sterile di omaggiarlo sarebbe forse cercare di imitarlo.
Mina fa un’altra cosa: non canta Pino Daniele come Pino Daniele. Canta Pino Daniele come Mina. Ed è esattamente ciò che dovrebbe fare una grande interprete.
Vento di passione viene portata verso una dimensione più lenta, rarefatta, jazzata, notturna, quasi crepuscolare. Si può preferire l’originale, naturalmente. Si può non amare l’arrangiamento. Si possono discutere tempo, produzione, dinamiche e singole scelte interpretative. Questa è critica musicale. Ma dire semplicemente “è vecchia”, “la voce è invecchiata”, “non canta più come prima” non ci dice quasi nulla sul valore dell’interpretazione.
Ci dice soltanto che il tempo è passato.
E forse dovremmo interrogarci anche sul nostro rapporto con quel tempo. Perché abbiamo sviluppato una cultura che tollera sempre meno i segni dell’età: cancelliamo rughe, correggiamo fotografie, inseguiamo corpi eternamente giovani e finiamo per applicare lo stesso paradigma persino alle voci.
Come se invecchiare fosse una colpa estetica.
E invece una voce anziana può possedere qualcosa che una voce giovane, per definizione, non può ancora avere: il tempo vissuto.
Questo non rende automaticamente bella qualsiasi interpretazione di un cantante anziano. Sarebbe un errore uguale e contrario. L’età non è di per sé un merito artistico, così come non è un difetto. Un’interpretazione va giudicata per ciò che musicalmente produce. Ed è proprio per questo che considero Vento di passione un pezzo molto ben cantato.
Non perché Mina abbia 86 anni e dunque le si debba concedere qualcosa. Al contrario: non c’è nulla da concederle. Va ascoltata per ciò che fa con fraseggio, tempo, intenzione, colore, parola e silenzio. Mina appartiene alla storia della musica italiana come una delle sue figure vocali fondamentali e, per me, è la più grande cantante italiana e una delle grandissime interpreti della musica internazionale. Ma proprio per questo sarebbe assurdo trasformarla nel museo di se stessa, condannandola a riprodurre eternamente la Mina che abbiamo deciso di ricordare. Un artista vivente ha diritto anche a cambiare. Ha diritto al tempo. Ha diritto persino alla propria vecchiaia. E forse la cosa più affascinante di questa Mina è proprio che non tenta di cancellarla. A 86 anni non ascoltiamo la voce di una trentenne deteriorata. Ascoltiamo la voce di una donna di 86 anni che ha cantato per una vita intera. Sono due prospettive radicalmente diverse. La prima considera l’invecchiamento una perdita rispetto a un modello originario.

La seconda considera il tempo una parte della biografia sonora di un essere umano. Io scelgo di ascoltare la seconda. Perché una voce non è un oggetto che, diventando vecchio, perde automaticamente valore. È materia viva. Cambia insieme al corpo, conserva tracce, acquista ombre, perde alcune possibilità e ne scopre altre. E quando dietro quella voce ci sono tecnica, intelligenza musicale, esperienza e una capacità interpretativa costruita in oltre sessant’anni di musica, la vecchiaia non è qualcosa da nascondere: può diventare parte dell’opera. Forse è proprio questo che mi emoziona di Vento di passione: Mina non canta nonostante i suoi 86 anni. Canta anche attraverso i suoi 86 anni. E il tempo che sentiamo nella sua voce non è necessariamente ciò che resta dopo che qualcosa è andato perduto. È qualcosa che prima non poteva esserci.

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