Mina Fan Club

Like a flame in the sky

di Pino Presti

Come se ogni canzone nascesse per la prima volta dalle nostre mani.
“Ciao, sono Mina, come stai? Possiamo vederci al Davos alla una? Ti devo parlare”.
Ci incontrammo al Davos, un ristorante in zona Vittoria, e appena arrivato lei mi chiese a bruciapelo: “Cosa ne pensi di un disco di successi americani anni ’50, pezzi di Elvis e tutto il mondo pop-rock americano di quegli anni?”. Il mio ok fu inevitabile e immediato; era un progetto stimolante da ogni punto di vista, anche se per nulla semplice: si trattava di ripercorrere un mondo musicale fantastico, che mi era entrato nella pelle fin da quando ero ragazzino e che mi aveva offerto ispirazioni a non finire nel mio lavoro di musicista.
Il quartier generale venne stabilito in via Poerio, dove Mina viveva in quel periodo. Ci incontrammo il giorno seguente per cominciare a mettere a punto una prima selezione di canzoni (cosa non facile vista la quantità di materiale disponibile).
Mina mi chiese di stilare un elenco di canzoni, lei ne avrebbe preparato uno suo e, una volta pronti, li avremmo confrontati.
Di fronte a noi avevamo “un mare” di pezzi incredibili: scegliere non era certo facile ma era naturalmente indispensabile; avevo diversi 45 giri dell’epoca che bruciai sul giradischi, e in un paio di giorni preparai un elenco di una ventina di canzoni. Quando confrontammo le liste scoprimmo che c’erano molte analogie: si trattava quindi di fare uno screening ulteriore. C’erano cinque canzoni alle quali tenevo particolarmente: Flamingo, I only have eyes for you, It’s only make believe, I’m in the mood for love e Non so. Le altre dell’album le scelse soprattutto Mina, sempre valutando con me la selezione. Una preziosa mano nel reperire “fisicamente” i dischi ce la diede Guido Bolzoni, bravo autore e amico da tempo di Mina, che si prodigò al massimo per soddisfare le nostre richieste. Durante le cene e i dopo-cena in via Poerio, con Guido e altri amici ospiti di Mina e con i 45 d’epoca che giravano nel giradischi, si ricreò una stupenda atmosfera anni ’50 che ci fece entrare, giorno dopo giorno, nel clima ideale.
Alla fine furono undici i brani che costituirono la lista definitiva, e dopo il tempo necessario alla preparazione degli arrangiamenti, convocai per le registrazioni  musicisti non solo bravi, ma che avevano anche il vissuto musicale indispensabile per affrontare stilisticamente questo viaggio nel passato.
Registrammo le basi musicali a tempo di record – due settimane – lavorando senza mai sapere che ora fosse, spesso fino a notte inoltrata. Mina era quasi sempre con noi e nei momenti di stanchezza arrivava, magari alle due di notte, con bottiglie di champagne, dolci, tartine, caffè. Cantò tutti i pezzi in una settimana, sempre di notte, e in quattro-cinque giorni mixammo. Nel giro di meno di un mese, tempo che oggi molto impiegano per realizzare un singolo, Baby Gate era fatto…
Aneddoti? Ce ne sarebbero tanti. Uno che posso raccontarvi riguarda Non so. Mina non conosceva Oscar Rocchi e quando le dissi che per la base di Non so stavo preparando un arrangiamento in stile ballad jazz per pianoforte, basso e batteria, mi chiese chi avrei scelto come pianista. “Suonerà Oscar Rocchi, che come sai sta registrando al piano e all’organo tutto l’album.”  Rimase un po’ sorpresa, pensava che avrei chiamato Renato Sellani che aveva già suonato in Amorevole qualche sera prima. “Sarà una sorpresa, vedrai: anche Rocchi è un fuoriclasse e non ti deluderà.” Mina cantò Non so in diretta, quasi al buio (avevo chiesto a Nuccio Rinaldis di spegnere le luci per ricreare un’atmosfera da jazz club) con me al basso, Andy Surdi alle spazzole e Rocchi al piano. E bastarono poche note suonate da Oscar nell’introduzione per darle la certezza che avevo scelto bene…

(dalla fanzine n° 81 del Minafanclub, 2016)

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