Mina Fan Club

Tra le tante (belle) recensioni lette in questi giorni su Dilettevoli inedite eccedenze, quella qui riproposta ci pare particolarmente originale e intrigante.

 

di Mat Cavadini per RSI Cultura – Disegno di Gianni Ronco

È uscito il nuovo disco di Mina. E ci risiamo. La notizia suscita il consueto fenomeno meteorologico: giornalisti che sospirano, critici che s’inginocchiano, ascoltatori che preparano il fazzoletto e l’aggettivo “intramontabile”.

Ora, il punto è che Mina è diventata talmente grande da rappresentare un problema. Per sé. E per noi.

Le è accaduta una disgrazia rara: è sopravvissuta alla critica.

Un cantante normale pubblica un disco e qualcuno gli domanda se sia riuscito o fallito. Mina pubblica un disco e immediatamente si mobilita il reparto d’imbalsamazione. Nessuno parla della qualità delle canzoni. Si parla della leggenda, della voce, del mito, dell’icona, della tigre, della retraite su Ceresio.

Eppure questo Dilettevoli inedite eccedenze, proprio perché nasce da materiali lasciati nei cassetti per decenni, contiene un’insidia.

I cassetti, contrariamente a quanto pensa il melomane, non sono musei. Spesso sono espunzioni.

Una canzone dimenticata può essere un capolavoro occulto. Ma può essere stata dimenticata per ottime ragioni. Il culto dell’inedito è una superstizione moderna: si immagina che ogni brano non pubblicato sia un vangelo apocrifo, mentre spesso è soltanto un brano che l’autore ebbe il buon gusto di scartare.

La domanda vera, dunque, non è se la voce è all’altezza. La voce di Mina è da decenni una macchina metafisica che continua a funzionare mentre le altre si arrugginiscono.

La domanda è un’altra. Può l’archivio battere il presente?

Perché questo disco, in fondo, è un processo contro la contemporaneità. Arrivano dieci canzoni registrate tra gli anni Settanta e oggi, estratte da un magazzino segreto e offerte a un’industria musicale che cambia stile ogni quaranta minuti.

Anche i titoli sembrano una dichiarazione di guerra alla cronaca. In scaletta compaiono A costo di morire, Vento di passione, Settembre, Canzone triste, Carrettieri, La mia serenata, Dans mon île, Vierno, Yes I Know My Way ed Eleanor Rigby: dieci cover mai pubblicate prima da Mina.

Leggendo i titoli occorre fare un breve encomio: non siamo davanti a una raccolta costruita con il pallottoliere del marketing. C’è una canzone francese di Henri Salvador, c’è Pino Daniele addirittura due volte, ci sono i Beatles, ci sono titoli quasi misteriosi come Vierno o Carrettieri. Più che una playlist sembra una soffitta aperta all’improvviso: un luogo dove convivono decenni, lingue, nostalgie e capricci.

La cosa più intrigante è la scaletta. Yes I Know My Way ed Eleanor Rigby siedono accanto a Carrettieri, La mia serenata e Dans mon île come aristocratici invitati alla stessa cena. È una selezione così anacronistica, eccentrica e poco algoritmica da apparire quasi offensiva per il presente. Sembra ricordarci che ci fu un tempo in cui la musica popolare non aveva paura di essere curiosa.

L’effetto potrebbe essere devastante.

Potremmo scoprire che ciò che una cantante aveva lasciato cadere dal tavolo mezzo secolo fa possiede più eleganza, più capriccio, più intelligenza melodica di intere discografie nate la settimana scorsa.

Oppure no.

Potremmo accorgerci che il mito sta facendo quello che fanno tutti i miti quando invecchiano: trasformare i ritrovamenti d’archivio in un evento mediatico.

Confesso che spero nella prima ipotesi.

Non per devozione. Per contrappasso.

Mi piacerebbe assistere all’umiliazione storica di un presente convinto di essere moderno e sconfitto da dieci canzoni che hanno passato cinquant’anni chiuse in un cassetto.

Sarebbe uno dei contrappassi più eleganti mai consumati dalla musica italiana. E un contrappasso perfettamente degno di Mina, che da quasi mezzo secolo non si vede, non si spiega, non si giustifica e continua a governare il proprio regno con i modi aristocratici di un fantasma.

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