di Antonio Bianchi
Tra i grandi maestri della musica italiana è quello che ha ricoperto il maggior numero di ruoli. Per taluni è il mattatore radiofonico di Hit Parade. Per altri, l’elegante e affabile (ma sapidamente dotto e ironico) padrone di casa dei sabati televisivi in abito da sera. Per altri ancora, l’autore di canzoni indimenticabili, spruzzate di swing, stelle e strisce… Tanti lo ricordano nel ruolo di cantante, il più delle volte alle prese con motivetti ironici e giocosi (El can de Trieste), spesso arricchiti da inserti in scat, esplicitamente modellati sul fraseggio staccato e infarcito di growls dell’idolo Satchmo. I più informati ricordano anche l’exploit canoro con la figlia Donatella (Papà fammi cantare con te). Ma l’elenco potrebbe continuare: pianista, jazzista sopraffino, direttore d’orchestra, compositore di musiche per il cinema e il teatro, talent-scout dall’ottimo fiuto (a lui si deve l’affermazione dell’eccellente Jula De Palma), autore di hit discografici per Ernesto Bonino (Il giovanotto matto), per il Quartetto Cetra (Vecchia America), per la stessa De Palma (Quando una ragazza a New Orleans), per il concittadino Teddy Reno (Muleta mia), per Nicola Arigliano (Sentimentale), per Rita Pavone (La bretella), per Mina… E – come se non bastasse – anche attore (ci limitiamo a due titoli: L’avventura di Michelangelo Antonioni, dove interpretava il ruolo di Raimondo, e L’ombrellone di Dino Risi, nel ruolo del conte Antonio Bellanca).
Parliamo naturalmente di Lelio Luttazzi. E chi non lo conosce? Malgrado le diradatissime apparizioni radiotelevisive, il multiforme triestino è noto anche a chi è nato dopo il 1970. Quell’anno rappresenta una linea di demarcazione: in giugno, in seguito all’intercettazione di una telefonata con Walter Chiari, Luttazzi fu arrestato con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo 27 giorni trascorsi in carcere fu completamente scagionato. Ma quel clamoroso errore giudiziario ha segnato una svolta radicale nella carriera di Luttazzi, che ha fatto tabula rasa del presenzialismo televisivo, salvaguardando le dimensioni – invisibili – di conduttore radiofonico e di autore di musiche da film. Da 37 anni a questa parte, il piccolo schermo ha ritrovato il maestro solo in una manciata di occasioni. Ci tornano in mente Cipria (una trasmissione di Rete 4 dei primi anni Ottanta, condotta da Enzo Tortora, altra illustre vittima della giustizia italiana), Festa di compleanno (su Tmc, nel 1992-92, nell’edizione condotta da Gigliola Cinquetti) e la più oscura Scirocco (su Raidue, nel ’98), titoli che hanno contribuito – paradossalmente – a sottolineare la percezione di una cesura mai realmente risanata con la tv. Fino al settembre 2006. Un’apparizione nella seguitissima trasmissione radio-televisiva di Fiorello ha improvvisamente smosso le acque e contribuito all’ondata di festeggiamenti, interviste e peana. Con tanto di concerto-evento e tributo discografico.
L’esperimento discografico di Per amore – titolo voluto da Mina, così come il disegno di copertina (che avrebbe dovuto essere una foto di gruppo) – non ha precedenti in Italia. Tornano in mente solo gli omaggi a Lucio Battisti, a Fabrizio De André e a qualche altro illustre scomparso. Ma il tributo a Luttazzi sfugge a qualsiasi regola. A cominciare dall’assenza del nome del festeggiato sulla copertina del cd. Per i negozianti di dischi e i curatori di siti Internet specializzati dev’essere stata una bella impresa trovare lo scaffale giusto, associare la fatidica parolina-chiave e identificare questa compilation come “omaggio a Lelio Luttazzi”. C’è poi il cast prestigiosissimo: Renzo Arbore, Lucio Dalla, Christian De Sica, Fiorello, Gianni Morandi, Mina, il grande Gianni Ferrio e il più oscuro Greg. Solo Dori Ghezzi era riuscita a mettere insieme tanti nomi prestigiosi per il concerto-tributo a Fabrizio De Andrè. Per amore, invece, è frutto dell’intraprendenza di Roberto Podio, noto batterista (per anni nell’orchestra della Rai) nonché amico di lunga data di Lelio Luttazzi. E’ lui l’ideatore, il curatore e il regista di questo progetto nato come una “sorpresa”, tanto lussuoso e ambizioso quanto commercialmente bizzarro, in controtendenza rispetto ai dettami dell’agonizzante discografia italiana.
Per gli irriducibili mazziniani, questo omaggio “per amore” ha il sapore di una piccola rivincita, di una “compensazione” all’approccio ruspante, rustico e casereccio che impregna i solchi di Bau. All’album del 2006 mancava qualcosa. E Mi piace accontenta i cultori dell’altra Mina, quella classica (perché c’è differenza fra il melodismo di Per poco che sia e quello di Mi piace), “educata” (a riequilibrare le sgangheratezze della pur divertente, caciarona Come te lo devo dire), più legata alla purezza del canto, alle sottigliezze timbriche, a un’estetica più classica, prestigiosa e adulta (a uso e consumo dei mazziniani nostalgici e – non si pensi il contrario – dei più giovani).
Noi fans di vecchia data amavamo già questa canzone, fiore all’occhiello dello strepitoso medley Mina-Luttazzi di Teatro 10 1964. E il raffronto fra le due versioni rivela ulteriori tocchi di sopraggiunta maestria: la purezza melodica della versione di 43 anni fa è sostanzialmente invariata, ma si è arricchita di una patina in grado di evocare a livello multisensoriale l’incanto descritto dai versi: c’è la lieve spossatezza del rapimento, la sommessa subordinazione estatica, il languore trattenuto in gola. E c’è un equilibrio perfetto fra i tocchi pittorici d’interprete (resi tangibili dalle asperità della voce in dormiveglia) e adesione alla melodia (il controllo timbrico si riafferma nei passaggi chiave). La precedente versione televisiva puntava tutto su un impeccabile – e più parziale – rigore melodico.
La “festa” è stata in parte minata dallo stesso Luttazzi, che a Gino Castaldo di Repubblica ha dichiarato che in questa superlativa versione del suo inedito del ’62 “c’è una nota sbagliata”. Avremmo voluto discutere direttamente con il maestro della nota in questione e cogliere l’occasione per ripercorrere passo dopo passo la collaborazione artistica con Mina. Ma il maestro ha cortesemente (addirittura affettuosamente, dopo aver verificato la nostra non pericolosità) declinato l’invito, rimandandoci al suo sito Internet: “Lì troverà tutto, ma proprio tutto”.
La carriera artistica di Lelio Luttazzi – nato il 27 aprile 1923 – iniziò quand’era ancora uno studente di Giurisprudenza all’Università di Trieste. Nel corso di uno spettacolo al Teatro Politeama con alcuni compagni universitari, ebbe modo di accompagnare al pianoforte Ernesto Bonino, che gli commissionò una canzone nuova di zecca. Era il 1944. Quel brano, appuntato in verde sul manuale di Diritto Privato, si intitolava Il giovanotto matto e diventò un buon successo discografico. Confortato dai riconoscimenti e dai diritti d’autore, a ridosso della guerra Luttazzi lasciò la sua Trieste per tentare il grande passo e affermarsi come musicista. Nel 1948, a Milano, diventò direttore musicale della Cgd (Compagnia Generale del Disco), la casa discografica fondata da Teddy Reno. Nei primi anni Cinquanta si trasferì a Torino, nel ruolo di direttore dell’orchestra d’archi ritmica della Rai. Degli stessi anni è il sodalizio con Gorni Kramer, sfociato in due fortunate trasmissioni radiofoniche: Nati per la musica (ciclo del ’53-54 che vedeva la compresenza di ben due orchestre) e Il motivo in maschera (trasmissione a quiz del ’54-55 condotta da Mike Bongiorno). Numerosissimi i successi discografici in veste d’autore. Solo nei primi anni Sessanta cominciano a far capolino le prime incisioni a suo nome, spruzzate di swing e di umorismo. Il primo 45 giri è Canto (anche se sono stonato). Sul lato B c’è Senza cerini. Altri exploit, in ordine sparso, sono Legata a uno scoglio, Chiedimi tutto, Timido twist… I modelli di riferimento sono i miti del jazz americano. A cominciare da Louis Armstrong, il suo idolo. Si racconta che Luttazzi, appena tredicenne, ne rimase folgorato ascoltandolo in una versione di After you’ve gone. Altre fonti attribuiscono la passione per il jazz al concerto triestino di un altro celeberrimo trombettista, Dizzy Gillespie. Senza trascurare altri miti a stelle e strisce: spulciando fra gli album incisi da Luttazzi scoviamo standard firmati Hoagy Carmichael (Stardust), Fats Waller (Black and blue), Irving Berlin (Blue skies), Johnny Mercer (Laura), Jerome Kern (Ol’ man river)… E poi pietre miliari del blues (Basin Street Blues), dell’era delle big band (One o’clock jump di Count Basie) e un’infinità di vecchi standard, alcuni dei quali ben noti anche ai cultori mazziniani (My melancholy baby, Stars fell on Alabama, When your lover has gone).
L’incontro con Mina risale al 1960, per le sei puntate della trasmissione televisiva Sentimentale, in onda dal 1° giugno al 6 luglio. Luttazzi – che aveva già preso parte a trasmissioni come Un due tre e Solo contro tutti – ricopre il ruolo di direttore musicale. Per Mina si tratta di un’occasione particolarmente importante: per la prima volta, è componente fissa del cast di una trasmissione. Purtroppo, il ciclo è andato distrutto. Negli archivi Rai sembra non esser rimasta traccia neppure di qualche spezzone. Gli unici dati certi riguardano il regista (Anton Giulio Majano), gli autori (Marcello Ciorciolini, Aldo Nicolai e Dino Verde) e i componenti del cast (i conduttori Riccardo Garrone e Cristina Gajoni e gli ospiti fissi Mina, Bice Valori e Nicola Arigliano).
La collaborazione televisiva ha un corrispettivo discografico importante. Nel giro di un paio di mesi, Mina incide tre canzoni di Lelio Luttazzi. Il cha cha cha-rock Una zebra a pois (con testo di Ciorciolini e Verde) è il fiore all’occhiello. In tutta franchezza, la vendutissima versione discografica risulta assai appesantita dagli anni, troppo rallentata e dilatata. Una considerazione che devono aver fatto anche Mina e i vertici Italdisc, come testimonia la versione frenetica e sbrigativa reincisa di lì a pochi anni. Non ci è dato sapere se questa versione accorciata comprenda o meno la strofetta introduttiva (la versione pubblicata dalla Rca sul primo 33 giri mazziniano della Linea 3 potrebbe essere stata amputata, così come l’intro orchestrale di Le mille bolle blu e l’intermezzo strumentale di Due note). A ridosso di Una zebra a pois è stato pubblicato un 45 giri, stavolta griffato Luttazzi sia per quanto riguarda il lato A che il lato B. Da una parte c’è Sentimentale, rarefatto brano confidenziale spruzzato di States, utilizzato come sigla dello show (non sappiamo se nell’esecuzione di Mina o in quella di Nicola Arigliano, che incise contemporaneamente il brano); sull’altra facciata c’è la più dimessa Tutto, dall’incedere ritmico inusuale ed ammiccante.
In relazione all’ondata discografica legata alla trasmissione Sentimentale, vale la pena precisare un’inesattezza che si sta ripetendo dall’uscita in cd di Di baci: il delirante rock’n’roll Tessi tessi non è da attribuire a Lelio Luttazzi ma all’accoppiata Migliacci-De Filippi (come confermò lo stesso De Filippi nel corso di un’intervista rilasciata al nostro Loris nella fanzine numero 29). Il pasticcio emerge con una certa evidenza anche sul sito ufficiale di Mina, dove (salvo revisioni dell’ultima ora), a fianco della riproduzione dell’etichetta del 45 giri, che riporta i nomi degli autori effettivi, nel dettaglio del brano è segnalato il nome di Luttazzi.
La seconda (e ultima) ondata di nuove canzoni scritte da Lelio Luttazzi per Mina risale al 1961: in primavera esce Bum Ahi! Che colpo di luna! (con testo di Leo Chiosso), forse l’exploit più scintillante, jazzistico e in sintonia con il gusto del maestro triestino fra i cinque titoli scritti per Mina. Anche di questo brano esistono due versioni discografiche, pur realizzate sulla medesima base musicale, illuminate da brillanti e ben diversificate incursioni mazziniane nello scat. Il secondo brano, uscito nella tarda estate e scavalcato in popolarità dal lato B (Prendi una matita), è la dolce, delicatissima Soltanto ieri (sempre con testo di Leo Chiosso), in assoluto una delle gemme misconosciute e da rivalutare della prima Mina.
Dal 1961 a oggi, la discografia di Mina non annovera originali luttazziani (guarda caso, la carriera canora del maestro spicca il volo proprio lo stesso anno, con il singolo Canto, presentato anche nel corso di Studio Uno). Ci sono però due eccezioni, per certi versi avvolte dal mistero. La prima è Chi siete. La canzone, utilizzata nei titoli di coda del film L’ombrellone (1965), è rimasta inedita a livello discografico (malgrado la Ri-Fi ne avesse annunciato l’uscita). Purtroppo non ci è mai stata data l’opportunità di ascoltarla integralmente: nelle varie repliche televisive, i titoli di coda sono sempre stati mozzati dall’invadenza e dall’urgenza degli spot pubblicitari. Un peccato. La canzone, lenta ma adagiata su un tappeto corale frenetico e utilizzato con effetti ritmici, fotografa sonorità anni Sessanta che non hanno corrispettivo nel repertorio di Mina. Un brano da tenere in seria considerazione per un’eventuale compilation mirata e legittima di materiale Rifi.
Una seconda occasione mancata riguarda Tenera è la notte, una canzone di Lelio Luttazzi che Mina avrebbe dovuto presentare niente meno che a Sanremo ’67. La fonte è sicura, confermata in tv dallo stesso Luttazzi e da Jula De Palma, che presentò il brano nel corso della puntata di Musica da sera dedicata al maestro triestino. Impossibile fornire ulteriori delucidazioni sulla vicenda. Ne abbiamo avuto riprova nel corso della nostra conversazione telefonica con Luttazzi. “Mi fa un esempio di ciò che vorrebbe sapere?”, ci ha gentilmente chiesto. “Beh… – abbiamo risposto – Ci piacerebbe far luce su alcuni dati che nessun altro potrebbe svelarci. Penso al vostro primo incontro o a progetti mai andati in porto, come Tenera è la notte”. Ma il maestro, a riprova della smemoratezza che caratterizza tutti i grandi che abbiamo conosciuto, non ricordava nulla. “Tenera è la notte? Cos’è Tenera è la notte? – ha risposto, sinceramente incuriosito – Mi deve scusare ma io non ricordo quel brano. Deve raccontarmelo lei”.
Esiste anche una terza occasione mancata. E riguarda la produzione mazziniana più recente. Oltre alla strepitosa Canto del ’91 (forse l’exploit swing più pirotecnico e travolgente dell’intera produzione mazziniana), Legata a uno scoglio dello stesso anno (eletta addirittura a brano trainante di Caterpillar, confluita su singolo promozionale con Il corvo), Chiedimi tutto del ’95 (ai tempi di Pappa di latte fu presentata come inedito luttazziano. Invece il brano risulta regolarmente inciso – e in più versioni – dallo stesso maestro) e la recente, incantevole Mi piace (exploit melodico in controtendenza, non casuale, con il repertorio luttazziano del luogo comune), Mina avrebbe dovuto pubblicare un quinto brano firmato da Lelio Luttazzi. Si tratta di Ma tu chi sei – da non confondere con Chi mai sei tu -, gradevolissimo brano spruzzato di swing che i due presentarono a Sabato sera, del ’67. La notizia risale al 2003, ufficializzata dallo stesso maestro nel corso di una intervista.
Malgrado questa curiosa serie di occasioni mancate, gli incontri musicali fra Mina e Luttazzi sono sorprendentemente numerosi. Siamo nell’ambito dei record, come nel caso di Johnny Dorelli. Impossibile quantificare i duetti televisivi, i medley e le canzoni più o meno note presentate nei famigerati quiz musicali delle quattro trasmissioni di cui sono stati co-titolari (Sentimentale e le tre edizioni Studio Uno ’61, ’65 e ’66).
L’incontro più entusiasmante è, senza ombra di dubbio, quello presentato nella prima puntata di Teatro 10 del 1964 (dove Luttazzi era il padrone di casa), con il maestro seduto al piano e Mina in strepitosa forma vocale. E’ sufficiente riguardarsi quello spezzone per accorgersi quanto siano belle le canzoni di Luttazzi. La panoramica è piuttosto articolata: Sentimentale, Muleta mia, una bellissima Troppo tardi, Bum ahi! Che colpo di luna!, Legata a uno scoglio, Vecchia America, Mi piace, Una zebra a pois, Souvenir d’Italie e – ciliegina sulla torta – una versione duettata e integrale di Canto, concorrenziale con quella discografica.
Gli incontri successivi – se raffrontati con l’exploit di Teatro 10 – appaiono ben più sbiaditi, compreso il ben noto duetto per L’unica donna (o Chi mai sei tu che dir si voglia) di Studio Uno ’65, riproposto in apertura di Per amore. Una curiosità: la stessa canzone è stata riproposta da Luttazzi anche a Doppia coppia ’69, con una Sylvie Vartan non particolarmente a suo agio. Tra i duetti di Studio Uno ’65 vale la pena menzionare anche la spiritosa Sarebbe stupendo (Sei troppo basso per me) e I’ve got my love to keep me warm di Irving Berlin, morbidamente ricalcata dalla versione del ’57 di Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald. L’ultimo duetto televisivo – paradossalmente il più vicino ai metodi di Ella & Louis, benché si tratti di un originale luttazziano – è la già citata Ma tu chi sei di Sabato sera ’67, illuminata – più che da Mina – dagli efficacissimi interventi scat del maestro.
Di lì a tre anni, il prestigioso curriculum televisivo di Lelio Luttazzi si interromperà. L’ultima trasmissione di cui è titolare è l’edizione ’69-70 di Ieri e oggi (che già aveva condotto, con grande successo, fra ’67 e ’68). Guarda caso, Mina era presente, protagonista (con Delia Scala) della prima puntata del 5 ottobre 1970. Ed è in occasione di quell’apparizione che Lelio Luttazzi ha rilasciato un paio di testimonianze entusiaste sulla Mina cantante: “Io sono un ellafitzgeraldiano per quanto riguarda l’estero e un miniano per quanto riguarda l’Italia – disse introducendo un ampex di Brava, da Studio uno ’65 – Però penso che la stessa Ella quelle notine lì, quelle parole eccetera, non so…. Forse soltanto lei… Ma non credo che una cantante lirica, per esempio, potrebbe, seppur studiando, beccare note a quella velocità, centrandole tutte perfettamente. Qualche volta sono coperte dall’orchestra e si perdono. Ma se voi state attenti, proprio con l’orecchio acceso acceso acceso, pensate a come è riuscita a prendere tutte queste notine, dicendo quelle parole, che anche come difficoltà di pronuncia rappresentano uno scioglilingua”.
Ancor più illuminante è un secondo giudizio espresso al pubblico in risposta alle spietate autocritiche di Mina (che, come a Milleluci, proprio non sopportava di rivedersi e riascoltarsi): “Lei si sente la voce calante… A parte che lei c’ha un tipo di voce impegnativa. Perché ha delle canne che sono impegnative. E’ come Armstrong che suona la tromba. Non è come la tromba di Gillespie che con la non pressione diventa un flauto e fa ‘ta-tu-ta-tu-ta-tu’. Armstrong deve fare ‘Ta ta’. Se non becca quel ‘ta’ muore. E invece lo becca sempre. Questa è Mina. E’ l’Armstrong dei cantanti”. Una dichiarazione vecchia di 38 anni che rappresenta la miglior risposta possibile ai ghirigori melismatici – o, per dirla all’americana, all’oversouling (neologismo spregiativo, coniato dal leggendario critico e produttore musicale Jerri Wexler) – esibiti da Giorgia e da centomila altre bravissime nipotine di Dizzy.

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