Rina. L'addio.

di Stefano Crippa

Un fascio di rose rosse appoggiate sul feretro della bara per l’ultimo saluto a Rina Gagliardi, nella sala conferenze della chiesa valdese romana di piazza Cavour. E’ il luogo che amici, compagni di partito e nella vita hanno scelto per ricordarla in un caldo pomeriggio di questa strana e piovosa estate capitolina. Rose rosse come lei, comunista sempre e comunque. “Mai però – lo diceva e lo scriveva anche nel primo articolo apparso sulle pagine della rivista del Mina Fan Club – fondamentalista”. Sono arrivati in tanti, tantissimi, così che la sala non ce l’ha fatta a contenerli tutti, e molti si sono inerpicati su una scala esterna rifugiandosi in piccionaia. C’erano i vecchi compagni del Manifesto, Valentino Parlato, Lucio Magri, Norma Rangeri,la nuova direttrice, e poi Mariuccia Ciotta, Gianfranco Capitta, tutti stretti intorno ai parenti di Rina e a Dado Morandi, il suo compagno di vita. Il suo grande amore, insieme a quello per la politica e la musica. E gli amici di partito per quella che è stata un’altra esperienza di vita, la decisione di lasciare il manifesto, il giornale per il quale era stata una delle penne più importanti sin dagli inizia, giusto a metà anni novanta. Gli anni a Liberazione, anche qui vicedirettrice, e poi ventiquattro mesi come senatrice nel secondo (brevissimo) governo Prodi.

L’hanno ricordata quanti man mano si sono avvicendati al microfono per un breve e affettuoso ricordo, parole, volti, lacrime e qualche sorriso. C’è la lettera di Luciana Castellina, una delle storiche fondatrici del manifesto assente per ragioni di salute, che ha riportato i presenti ai primi tempi di militanza, della ragazza che arrivava dalla normale di Pisa, appassionata di politica. “Rina ha fatto parte di una generazione che ha potuto scegliere la politica come ragione di vita”, ha sottolineato poi un commosso Fausto Bertinotti. In Rina si fondevano la passione politica e la passione per il bello, per il sorprendente. Sapeva dissertare degli ultimi accadimenti a Palazzo Chigi e poi accalorarsi per la sua squadra del cuore, la Fiorentina della quale conosceva tutte, ma proprio tutte le formazioni. Chi scrive ha un ricordo vivido, in un pomeriggio degli anni settanta, di questa pasionaria dalla voce roca divertirsi come una pazza con un gruppo di ragazzini (fra cui il sottoscritto) intorno a un tavolo da Subbuteo…

“Un’intellettuale raffinata, forte, volitiva – racconta ancora  l’ex segretario di Rifondazione comunista – che amava il bello e il sublime che lei vedeva nella musica. Che fosse in Maria Callas o in Mina”. Rina era una melomane incredibilmente competente. “Le arrivò – ricorda ancora Bertinotti – una lettera da un grande direttore d’orchestra che si complimentò con lei per il rigore e la nitidezza di una sua recensione che avrebbe visto pubblicata volentieri su riviste di settore al posto di quelle di alcuni critici soloni…”. Rina appassionata di Mina che recensiva  ad ogni uscita autunnale (quando gli appuntamenti della signora Mazzini erano rigorosamente rispettati  con una puntualità…svizzera). Cercava di convincere tutti del canto “sublime e assoluto” della Tigre di Cremona. Che fosse nella buvette del Senato ad infervorarsi e spendere elogi sull’ultima Platinum collection o durante una cena a metà anni settanta cercando di infilare nella zucca di un quindicenne che  stravedeva per Donna Summer e i Pink Floyd che una “signora ha inciso un lp bellissimo, dovresti ascoltarlo”. E quel disco era Singolare/Plurale…

Si accavallano le parole, i discorsi, i saluti. Ci sono i direttori dei giornali, alcuni nomi noti del piccolo schermo, passa Lucia Annunziata. Stringe il cuore la testimonianza di una nipote di Rina o di una vecchia compagna di partito. Poi tutto si placa e il commiato è lasciato al potere unico e salvifico della musica. C’è la voce di Maria Callas e un’aria della Traviata perfetta per dirle addio: Sempre libera.

Ciao Rina, che la terra ti sia lieve…

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