di Rina Gagliardi
Un dubbio atroce mi ha assalito, prima di mettermi a scrivere questo articolo sui settant’anni che Mina, la più grande e la più celebre cantante italiana, compirà il prossimo 25 marzo (giorno caro alla musa Euterpe, se è vero che in esso nacquero anche la grande soprano Magda Olivero, in procinto di festeggiare il suo centesimo compleanno, il massimo musicista ungherese del secolo, Bela Bartok, il sommo direttore Arturo Toscanini, nonché Aretha Franklin e Elton John). Forse – ecco il dubbio – la “Minomania” è oramai come la sinistra: una malattia che riguarda me e pochissimi amici miei (tutti raccolti nel “Minafanclub”). Forse, insomma, col tempo che passa, inesorabile, anche Mina è diventata un fatto di nicchia. E magari, non sanno nemmeno più chi è (a parte i lettori della “Stampa” e di “Vanity Fair”). Per uscire dall’angoscia, allora, ho sperimentato un rapido sondaggio di massa. Luogo prescelto, la mia edicola – il giorno, la scorsa domenica mattina, nell’ora in cui tutti (si fa per dire) vanno a comprare i giornali. Alla domanda, “le piace Mina”? (non Brahms), rivolta al colto e all’inclito – mamme con bambini che svuotavano il reparto figurine e giocattolini, signore che abbrancavano la “Repubblica”, signori compunti che volevano solo “Il Sole-24 ore”, distinti britannici che si mettevano sottobraccio il “Guardian”, e giovanotti col cane al guinzaglio che (chissà perché) compravano tutti il “Fatto” (ma c’era perfino un biondo quattordicenne, italianissimo, che ha chiesto tranquillamente “Die Zeit”) – rispondevano tutti volentieri, salvo un breve attimo di iniziale sconcerto. Le risposte? Un plebiscito di sì. “Sì, naturalmente”. “Potrebbe non piacermi la più grande di tutti?” “Ma non scherziamo, è la Ella Fitzgerald italiana, con quell’estensione super…”. “Ah, era la mia preferita quando avevo tredici anni, e nulla è cambiato da allora”. Solo pochissime eccezioni – un paio di persone che hanno bofonchiato trattarsi di “roba di quarant’anni fa”, ma non hanno osato rispondere un più chiaro No. Un ragazzino, dieci-dodicenne, ha squillato: “Sì, mi piace molto il Magnificat”, scaricato in Mp3 dalla Rete. E, ad ogni buon conto, in questa variopinta folla di interlocutori, non c’era nessuno per il quale il nome di Mina non fosse più che familiare. Ovviamente, un’inchiesta sui generis come questa non ha alcuna attendibilità scientifica – ma è sufficiente a fugare tutte le angosce. Passano i lustri e i decenni, la società italiana muta nel frattempo radicalmente, la memoria collettiva evapora, tutti i miti precipitano, ma lei, la Grande Signora, è sempre qui. Dopo cinquantadue anni di carriera, trentadue dei quali (cioè la maggior parte) trascorsi fuori dalle scene e affidati esclusivamente ai dischi. Dopo il ritiro nei dorati paradisi elvetici (anche questo è stato oggetto di rapidi dibattiti alla mia edicola), e un vero e proprio autoesilio. Come ha fatto? Qual è il segreto? A questo cruciale interrogativo, proveremo a rispondere solo alla fine.
LA RIVOLUZIONE DELL’INIZIO
Mina, al secolo Mina Anna Mazzini, può considerarsi in tutto e per tutto cremonese, cioè concittadina di Monteverdi, Stradivari, Guarneri del Gesù, Ponchielli, Ugo Tognazzi e il calciatore Antonio Cabrini – ancorchè nata a Busto Arsizio. La famiglia era una classica famiglia borghese-borghese, il padre, Mino, un avviato industriale chimico (colle), la madre, una bella casalinga dall’aria protettiva. Una bella ragazzona lombarda “un po’ matta”, e un po’ ribelle, come capitava a molti giovani, in quella fase di transizione dall’Italia rurale all’Italia industriale, “moderna”, americanizzante. Ma a diciott’anni – era il 1958 – la ragazzona si mise a cantare, quasi per gioco, diventando degli “Happy Boys”, un complesso di giovani musicisti che battevano le balere della provincia. Cantava per il suo piacere, la studentessa un po’ svogliata, ma con uno stile personalissimo e avveniristico. Cantava con voce potente, forte, dispiegatissima. Anzi, urlava, secondo la dizione dell’epoca che vide fiorire la nuova (per lo più effimera) generazione degli “urlatori”. Singhiozzava, singultava, mordeva i testi, tanto che un celebre cantante sentenziò che il “suo modo di cantare era un attentato alla musica”. Ma non era solo la sua voce a impressionare. Quando saliva sul palcoscenico, la ragazzona cremonese usava tutto il suo corpo, si muoveva selvaggiamente ondeggiando in tutte le direzioni, con le gambe lunghissime sempre in movimento, le braccia che disegnavano continue e violente piroette – e quegli occhi scuri, “spiritati”, il volto sfacciato, l’espressione irridente. Una rivoluzione totale, nel Belpaese in cui dominavano ancora le melodie “all’italiana” (una tradizione gloriosa ma oramai logora), il canto filato, e un’immagine del cantante molto perbene – molto democristiana, per intenderci. Ma, poiché i tempi erano ormai maturi, Mina ebbe subito un grande, imprevedibile successo: in quel suo furore, era ben percepibile un messaggio liberatorio. Cominciò a incidere dischi e si creò una Avatar (Baby Gate), un “doppio” con il quale interpretava solo canzoni americane. Partecipò a una gara canora allora molto importante – la “Seigiorni” di Milano – e si piazzò seconda, dietro a una certa Wera Nepy, che poi scomparve subito nel nulla. Poco dopo, le prime comparse in Tv. A “Lascia e raddoppia” si presentò con una nuova band, “I Solitari” ed ebbe un battibecco con Mike Bongiorno (“Come mai si chiamano così? Com’è che si sentono soli con una bella ragazza come lei?” “Lei si sbaglia proprio. Si chiamano I Solitari perché sono sempre i soliti”) dal quale si evinceva che la ragazzona aveva anche, oltre che prontezza di battuta, un forte senso dell’umorismo. Nel giro di pochissimi anni, Mina divenne una star di prima grandezza nazionale: abbacinava, strapazzava e mandava in delirio il pubblico, soprattutto quello giovane (ma conquistò presto anche adulti e anziani), dilagava nei juke-box e nelle serate balneari, costringeva i critici musicali a scrivere che “forse, sa anche cantare”, faceva fremere d’invidia un mucchio di colleghi e colleghe. Lanciava provocazioni continue, che forse non venivano lì per lì colte nel loro autentico esprit quasi satirico (come quando rispose a Mario Soldati, che le aveva chiesto quali fossero i suoi libri preferiti, “io leggo solo Topolino”). E piaceva sempre di più agli intellettuali di sinistra – tipo il grande regista Luchino Visconti, grande melomane, che a volte andava ad ascoltarla, estatico, tutte le sere. Rock forsennati (Be-bop a Lula) canzoni dal testo strampalato (Tintarella di luna, Una zebra a pois), melodie d’autore (Il cielo in una stanza), divertissement da spiaggia (Renato) – la colonna sonora di quegli anni formidabili l’ha cantata lei, Mina. Ma bastava avere un po’ d’istinto musicale per capire che di tutto si trattava fuorché di una meteora. Perché il cuore del personaggio era già allora, e lo sarà sempre, nella Voce. “Mina è un concentrato di armonici femminili che rende la sua una vocalità materna universale, fatta di miele e di bronzo”, come ha scritto il musicoterapeuta Denis Gaita.
GLI ANNI 60 E LO “SCANDALO”
Quando, nel mitico decennio dei ’60, Mina si impone come grande diva della Televisione (ma anche della radio, della moda, della pubblicità, delle serate alla Bussola),il suo repertorio si allarga subito a dismisura: lei si impadronisce di gran parte del repertorio classico, da Gershwin alla canzone napoletana, si affaccia a quello sudamericano, soprattutto brasiliano, alterna rock e cantautorato, jazz e canti popolari – fino a stupire con pezzi di bravura (Brava! Valzer minuit) che nessun interprete italiano si è mai sognato. L’intento evidente è la conquista dell’Italia, appunto, televisiva – tutte le generazioni (e le pance) che la abitano, in un sapiente universalismo canoro che mescola tradizione e innovazione, vecchio e nuovo. E Mina sarebbe già la vera nuova icona nazional-popolare, se il famoso “scandalo” del 1963 non le facesse precipitare addosso un’ondata di moralismo e bigotteria: la nascita di un figlio fuori dai canoni del matrimonio, con un uomo già sposato, nell’Italia ancora lontana dal divorzio, che le costa il brusco allontanamento dalla Rai e le reprimende delle parrocchie. Quarantasette anni dopo, si può quasi sorridere di un episodio come questo – oltre tutto, anche come “ragazza madre”, Mina era una giovane privilegiata e protetta e forse, anche nelle profondità del Paese, qualcosa stava cambiando. Eppure, lo scandalo fu davvero grosso: era la stessa epoca che condannava la “dama bianca” di Fausto Coppi, maltrattava i figli “bastardi” e considerava l’adulterio femminile una colpa pressoché imperdonabile. Quanto a Lei, lo affronmtò, lo visse e lo superò con straordinaria serenità – senza mea culpa, senza nascondere il pancione (anche questo le fu aspramente rimproverato), senza pentimenti di sorta. E in questo passaggio Mina costruì una nuova sintesi: uno schietto anticonformismo, che andava a cozzare con la spessa coltre dell’ipocrisia morale nazionale, una pratica di libertà che rompeva gli schemi consolidati, un gusto della trasgressione, che si coniugavano quasi a perfezione con la famiglia borghese. Era una ragazza-madre sì, ma era soprattutto una mamma – e via via una mamma sarebbe stata sempre, fino a diventare una matriarca. Era una giovane donna peccaminosa, certo, ma anche e soprattutto una donna appassionata, autentica, amorosa – fino a diventare, finalmente, moglie forse appagata. Le scelte personali e quelle musicali, a questo punto, seguivano lo stesso andamento, un’identica logica di slargamento, integrazione, cooptazione, rivoluzione attiva e passiva.
Via via, il canto di Mina esplorò tutte le frontiere del possibile musicale. Negli anni ’70, toccò livelli inauditi di raffinatezza e sofisticazione – incise dischi epocali (Bugiardo e incosciente, Frutta e verdura) , andando a fondo nel repertorio latino e americano, inaugurando il genere osè per le larghe masse (L’importante è finire), diventando l’interprete preferita dei cantautori (Battisti, Jannacci) e arrivando a veri e propri exploit tecnici, come quel disco (Plurale) in cui canta doppiandosi a dismisura, fino a cento voci mixate e sovrapposte, un vero Coro. Nel frattempo, continuava a sfornare un successo dopo l’altro: il mercato le dava ragione (e ragioni da vendere), la Tv continuava a offrirle spettacoli interamente costruiti su di lei (Milleluci). Ma qualcosa, nel meccanismo, si andava deteriorando, se non rompendo – come le tumultuose vicende sentimentali della Signora, di uomo in uomo, di amore in amore, attestavano negli anni. L’inquietudine era evidente, come la stanchezza e le pulsioni di fuga. Mina, ormai donna matura, si stava stufando di essere Mina. E così, nella calda estate del 1978, tenne alla Bussola un concerto straordinario, al quale ogni sera accorrevano folle straordinarie: chi non c’era, non può capire (Io c’ero). Era il suo ultimo concerto live – in realtà non lo sapevamo, ma l’avevamo capito. L’avevamo temuto.
IL GRAN RITIRO E LA RI-NASCITA DEL MITO
Come dunque aveva già fatto a suo tempo Gioachino Rossini (che all’età di trentasette anni smise di comporre opere, “disgustato” dall’ormai avvenuta esplosione del romanticismo, e se ne andò a Parigi a cucinare risotti, dedicando alla musica quasi solo i mirabili Peches de veillesse), Mina, dunque, all’incirca alla stessa età, decise il gran ritiro. Dopo il concerto della Bussola, non solo smise di esibirsi sulle scene, ma ruppe con ogni forma di esibizione pubblica: mai più nessuna comparsa televisiva, nessuna intervista, nessuna fotografia (se non estorta a tradimento) e nessuna lunga sosta in Italia. E sì che ci hanno provato tutti a supplicarla di ricomparire – magari una sola volta, una minuscola performance.A parte qualche (ormai lontana) presenza in radio, solo una regolare produzione di dischi: ogni anno, per anni, un doppio album, uno di inediti (scelti da lei personalmente tra centinaia di proposte di vecchi e nuovi musicisti) e uno di “classici” – o di canzonette rivisitate, riarrangiate, ricostruite nel suo inconfondibile stile.
Dal punto di vista vocale, Mina, la sua soggettività canora, è tutto quello che conta: i brani (ormai dovrebbero essere millecinquecento o giù di lì) sono ogni volta quasi solo un pretesto. “Può cantare ormai anche l’elenco telefonico”, ha scritto un critico autorevole, mentre uno dei maggiori musicologi italiani, Rodolfo Celletti, le preconizzò un futuro da cantante d’opera – e più d’una volta, è scattato il paragone con Maria Callas. Non solo non viene dimenticata, ma continua a venderli in grandi quantità, quei dischi – sia allo zoccolo duro dei suoi fans, che ormai invecchiano con lei, ma a un paio e forse tre generazioni successive. E più d’una volta, mentre correvano i bui decenni fin de siècle, riusciva anche a imporre al mercato singoli hit, veri exploit commerciali. Mina, insomma, nel giro di qualche anno assurge alla dimensione di classico – oltre le mode, il tempo, le contingenze. Un suo cofanetto di qualche anno fa, che raccoglieva i suoi maggiori successi, è stato un boom. Nell’ormai lontano 2000, nel trapasso di secolo e di millennio, ha inciso un disco di musiche sacre, da Monteverdi all’Ave Maria di Bach-Gounod – un successo, sì, anche se c’è quasi da crederci. Ed è di un anno fa l’atteso debutto lirico: un intero album di arie d’opera, da Puccini a Leonard Bernstein. Tutto ciò accade in perfetta souplesse: come se Lei, che non sopportava più il mondo dello spettacolo, la schiavitù della performance, le mille meschinità quotidiane, nemmeno avesse a cuore, più di tanto, il successo.
IL SEGRETO
L’abbiamo già detto: il “segreto” di Mina, quello più importante, è la sua Voce, moltiplicata ed enfatizzata dall’Assenza. Quanto al segreto del suo personaggio, in fondo è semplice: Mina è una metafora (canora e trasfigurata) dell’Italia. E’ l’unità d’Italia, nel frattempo andata a patrasso (se mai c’è stata). Mina ha in fondo ritmato tutte le evoluzioni, le contraddizioni e le incertezze dell’ultimo mezzo secolo – ci vorrebbe un altro articolo, solo per raccontare la sua narrazione delle contraddizioni di genere, naturalmente sul terreno da Lei prediletto, quello amoroso, erotico, sentimentale – quei gioiellini melodrammatici come Devo tornare a casa mia o Donna donna donna o Le mani sui fianchi o Le farfalle della notte, o mille altre fiction melodiche che ci riportano a un severo principio di realtà. Mina, ogni volta che la ascoltiamo, è la nostra intatta giovinezza rivoluzionaria. Si badi bene: lei non c’è, eppure c’è, ed è precisamente questa condizione che alimenta un desiderio per forza insaziabile. L’attesa spasmodica della Leggenda. La bellezza del silenzio e dei suoi sporadici squarci. L’eternità, più o meno. Sì, Mina potrebbe essere per l’Italia, così debole in fatto di miti unificanti, ciò che Marianna rappresenta per la Francia. Tanti auguri, signora Mazzini-Quaini, dal fondo del Belpaese. Anche se questo articolo, se mai lo leggesse, la farebbe forse soprattutto ridere.

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